Anno: XXVIII - Numero 88    
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Diego Marmo, il Pm che chiese scusa ma non pagò mai

La scomparsa del Pm del primo processo Tortora ha riproposto ancora una volta la questione dell’azione disciplinare sui magistrati.

Diego Marmo, il Pm che chiese scusa ma non pagò mai

Nella sua bellissima serie “Portobello”, un maestro del ritratto psicologico come Marco Bellocchio ha scelto quale ultimo fotogramma da offrire agli spettatori un primo piano dell’attore che ha interpretato Diego Marmo, il pm che sostenne l’accusa nel processo che condannò Enzo Tortora a dieci anni di reclusione. Come è noto, Marmo (quello vero) è scomparso qualche giorno fa, all’età di 88 anni, e il rispetto per la dipartita impone un certo tatto nel ripercorrere ciò che questo magistrato, assieme agli altri accusatori del celebre presentatore, ha rappresentato nella storia della malagiustizia italiana.

Un tatto che, allo stesso tempo, non può portare a tacere delle sue gravissime responsabilità (non certo esclusive) nella costruzione di un teorema lunare, che ha inflitto un calvario giudiziario e un martirio psico-fisico tale da strappare Tortora da questo mondo ad un’età molto meno veneranda della sua. Ma torniamo al finale scelto da Bellocchio per “Portobello”: Tortora è stato da poco tempo assolto in appello, grazie al lavoro certosino del giudice Michele Morello, che si prese la briga di verificare la sequenza cronologica delle testimonianze dei pentiti che secondo gli inquirenti inchiodavano il presentatore, ed ebbe buonissimo gioco a far crollare tutto il castello accusatorio.

La macchina da presa di Bellocchio segue Marmo a passeggio con la moglie per il centro di Napoli, quando il suo sguardo si fa improvvisamente corrucciato, perché gli si fa incontro proprio colui che ha messo a nudo la sua negligenza. Morello e Marmo si conoscono da decenni, così come le rispettive consorti, ma lo zelo del consigliere della Corte d’appello è stato preso dal pm come un affronto personale, tanto da indurlo a sospendere ogni contatto, mettendo fine a una lunga amicizia. Prima che sfilino i titoli di coda, infatti, si vede Marmo scartare di lato ed evitare il saluto dei coniugi Morello. Per quanto si tratti di sequenze di fiction, il tutto è altamente verosimile e vicino a ciò che è realmente accaduto.

Numerose testimonianze parlano della stizza di Marmo per la cura particolare con cui Morello si approcciò al processo d’appello, e dei numerosi tentativi operato da quest’ultimo per orientare fino all’ultimo l’opinione pubblica veicolando notizie negative su Tortora anche quando l’innocenza stava finalmente venendo a galla. Ma veniamo alle circostanze, ai fatti e alle parole inconfutabili relative a Marmo e al caso Tortora, in modo che chi legge possa valutare il comportamento nel processo e soprattutto dopo il processo del magistrato napoletano.

Le accuse strampalate contro il presentatore furono inventate di sana pianta dal cutoliano pentito Giovanni Pandico, al quale poi si accodarono numerosi altri esponenti della criminalità organizzata o sedicenti tali, tra i quali Pasquale Barra e Gianni Melluso, o mitomani incalliti, come il pittore Giuseppe Margutti. A dare credito a queste farneticazioni furono i sostituti procuratori Felice Di Persia e Lucio Di Pietro, ai quali va ascritta la responsabilità primaria di tale scempio. Poi vi fu la scelta scellerata del giudice istruttore (figura oggi “sdoppiata” in Gip e Gup) Giorgio Fontana di dare a sua volta credito all’accoppiata Di Pietro-Di Persia e quindi di rinviare a giudizio Tortora, aprendo le porte al processo grand-guignol, nel quale Marmo si prese la scena e in favore di telecamera sostenne la tesi della colpevolezza con toni decisamente sopra le righe (come si evince dai numerosi filmati tutt’ora disponibili nella Rete), culminati nella tristemente celebre frase del “cinico mercante di morte”.

Veniamo ora alle solenni scuse offerte ai famigliari di Tortora esattamente 30 anni dopo la condanna, vale a dire nel 2014. Marmo, in quell’occasione, disse di avere portato in seno un tormento per troppo tempo, ma allo stesso tempo non ammise pienamente le proprie responsabilità, “scaricando” sui colleghi. Disse infatti di essersi limitato a svolgere il proprio lavoro di pubblico ministero sulla base degli elementi raccolti dai sostituti, in un processo celebrato in base alle decisioni di Fontana. «In giro c’erano molti Diego Marmo», aggiunse, «ma sul banco degli imputati sono rimasto solo io». Parole formalmente corrette, che però sminuiscono sia l’atteggiamento assunto dal pm nel processo, sia il ruolo stesso del pubblico ministero: nel primo caso, non si può omettere che la presenza delle telecamere in aula indussero Marmo a svolgere tutt’altro che il “compitino”, ma lo resero sostenitore della colpevolezza di Tortora con una violenza inaudita.

Come ciliegina della torta, accusò il presentatore di essere stato eletto «coi voti della Camorra». Col giudice come sponda, inoltre, Marmo contribuì a comprimere gli spazi di agibilità per la difesa e le testimonianze favorevoli a quest’ultima. Ma torniamo alle scuse, e all’anno in cui il magistrato ha deciso di porle: il 2014. In quell’anno per Marmo era in ballo la nomina ad assessore alla legalità del comune di Pompei, una scelta da parte della municipalità che non mancò di suscitare polemiche. In tutti gli anni intercorsi tra l’assoluzione con formula piena di Tortora e le scuse alla famiglia l’ex-pm, al pari degli altri magistrati accusatori del presentatore, non ha pagato per i suoi errori, ma avuto promozioni e altri incarichi, anche prestigiosi, come la nomina a procuratore capo a Torre Annunziata.

Il timing può essere un buon metro: se avesse chiesto scusa nell’immediatezza dell’assoluzione, la palese ammissione di colpe gli avrebbe stroncato la carriera, cosa che non è avvenuta, né per lui né per gli altri. È la ragione per cui le figlie di Tortora le rifiutarono, forse memori di quanto loro padre disse, poco prima di morire, a chi gli domandò se avrebbe perdonato i suoi accusatori. Il presentatore di “Portobello” fece un esempio evangelico: si possono perdonare coloro che «non sanno quello che fanno, ma i magistrati che mi hanno condannato sapevano benissimo quello che stavano facendo».

Mauro Bazzucchi su Il Dubbio

 

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