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Lunedì 4 Maggio 2026 ore 13:00
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Avvocati, redditi in crescita ma disuguaglianze profonde

Il Rapporto 2026 mostra una professione divisa: pochi guadagnano molto, molti restano indietro tra gap generazionali e di genere.

Avvocati, redditi in crescita ma disuguaglianze profonde

Ho seguito in streaming la presentazione del Rapporto avvocatura 2026 di Cassa forense e Censis e la successiva tavola rotonda.

La presentazione di Cassa forense è la seguente:

«L’avvocatura italiana ritrova slancio e fiducia. Dopo un decennio di trasformazioni profonde infatti tornano a crescere i redditi, si rafforza il contributo economico della professione e migliora la percezione degli stessi avvocati. Sotto la superficie emergono comunque sfide decisive: ricambio generazionale, equilibrio interno e sostenibilità nel lungo periodo.

È la fotografia restituita dal Rapporto sull’Avvocatura 2026 frutto della collaborazione tra Cassa Forense e Censis, che nel suo decimo anniversario racconta una professione in trasformazione.

L’indagine, fondata su oltre 30 mila questionari compilati dagli avvocati e sull’analisi dei dati degli iscritti forniti dall’ente, è stata presentata oggi a Roma, presso la Camera dei deputati, davanti alla platea dei delegati. All’evento erano presenti, accanto alla presidente di Cassa Forense Maria Annunziata, il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon e la vicepresidente del Senato Anna Rossomando.

Sul piano demografico nel 2025 gli iscritti alla Cassa sono 228.641, di cui 211.464 avvocati attivi e 17.177 pensionati, mentre nel 2025 Cassa Forense ha erogato circa 36 mila trattamenti pensionistici. Sul fronte economico nel 2024 il reddito complessivo Irpef degli avvocati ha raggiunto gli 11,2 miliardi di euro (+7,1% rispetto al 2023), mentre il volume d’affari complessivo ha superato i 16 miliardi (+5,7%). Il reddito medio si attesta a 51.912 euro (+8,9%) ma con un marcato divario di genere: 67.959 euro per gli uomini contro 33.829 per le donne. Particolarmente significativo è invece il dato sul cosiddetto “PIL dell’avvocatura”, che nel 2024 raggiunge un indice pari a 187 (base 2000), a fronte del 109,6 del PIL nazionale, evidenziando una crescita più dinamica rispetto al complesso dell’economia italiana.

Accanto al rafforzamento dell’elemento reddituale cambia il vissuto della professione: nel 2026, la percezione della condizione lavorativa raggiunge il punto più alto degli ultimi dieci anni. Se nel 2015 oltre il 61% degli avvocati definiva il proprio status “critico” (con una punta del 22,5% di pessimismo estremo), oggi tale quota scende al 45,3%. In particolare, si riduce l’area della forte incertezza professionale, che passa dal 22,5% al 18,4%, segnando un progressivo e incoraggiante spostamento verso scenari di maggiore stabilità.

Permane una quota di preoccupazione legata ai redditi futuri, minacciati principalmente dai ritardi nei pagamenti degli assistiti (33,9%), da pesanti adempimenti amministrativi e fiscali (32,4%), dall’alta concorrenza e numero sovrabbondante di avvocati (30,7%), dall’instabilità normativa e dall’eccessiva lunghezza dei processi (22,2%) e dagli alti costi della giustizia (16,1%).

Sul fronte organizzativo il modello dello studio monopersonale resta prevalente (66,2%), ma tra i più giovani emergono forme più flessibili e collaborative: solo il 42,4% degli under 40 lavora in autonomia. Parallelamente, si registra una forte accelerazione nell’adozione dell’intelligenza artificiale: in un solo anno l’utilizzo passa dal 27,5% al 55,3%, raggiungendo il 70,3% tra gli under 40, segnale di una professione sempre più orientata all’innovazione.

Nonostante le difficoltà economiche, la scelta della professione legale resta fortemente valoriale: il 52,1% degli avvocati la intraprende per motivazioni legate a giustizia e diritti, contro solo il 10,9% per ragioni economiche. Rispetto a questo scenario la maggior parte degli avvocati fa delle richieste precise alla Cassa: il rafforzamento del welfare, la formazione continua e le politiche di sostegno alla professione, con particolare attenzione ai giovani e alla multidisciplinarità. “L’avvocatura deve tornare a riflettere”, ha aggiunto Giorgio De Rita, segretario generale del Censis. “Gli avvocati, soprattutto i giovani professionisti, chiedono un rafforzamento dei sistemi di welfare: ma non basta sostenere la crescita, bisogna anche garantirne la continuità nel tempo”.

Il Rapporto mette in luce anche una marcata polarizzazione territoriale: se la Calabria e la Sicilia vantano la maggiore densità di avvocati per abitante, la Lombardia detiene il primato numerico assoluto. Sul versante dell’efficienza, i tempi medi della giustizia civile si attestano a 503 giorni, con forti discrepanze tra i distretti del Nord e quelli del Sud e delle Isole.

Ma è soprattutto il tema dei giovani e del ricambio generazionale ad aver tenuto banco, in particolare nella seconda parte dei lavori, con una particolare attenzione anche ai percorsi universitari.

“Conoscere i dati”, ha commentato nel corso del suo intervento il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, “è fondamentale per mettere in campo le migliori soluzioni per il futuro. Il calo demografico, e quindi la diminuzione degli iscritti, il divario di genere e le differenze retributive sono elementi che non possiamo ignorare. Oggi anche le casse di previdenza devono diventare un motore di innovazione per gli iscritti: devono favorire il welfare e creare condizioni affinché giovani e donne possano entrare e restare. Questa è la vera sfida per le casse. Spetterà poi al Governo dare concretezza alle vostre idee”.

“Questo rapporto” ha aggiunto invece il vice ministro alla giustizia Francesco Paolo Sisto, “evidenzia che la crisi dell’avvocatura non sia ancora del tutto superata, come dimostra la carenza di ricambio generazionale. Noi dobbiamo lavorare proprio su questo rendere il processo più snello, rafforzare la formazione professionale e lavorare per rendere la professione più attrattiva, anche attraverso una riforma della legge professionale che offra un quadro normativo capace di favorire un reale salto di qualità”.

“La fotografia che emerge dal Rapporto” – ha dichiarato la Presidente di Cassa Forense, Maria Annunziata – “restituisce un’avvocatura che, pur attraversando trasformazioni profonde e criticità, mostra indubbie capacità di affrontare il futuro e generare valore per il Paese. I dati indicano segnali di miglioramento e stabilizzazione, senza ignorare che resta centrale la sfida del ricambio generazionale e dell’equità, soprattutto per giovani e donne. Si tratta di una sfida che non possiamo affrontare da soli ma che richiede un’azione condivisa: Cassa Forense, insieme alle istituzioni forensi, alle Associazioni e al sistema universitario, è chiamata a contribuire alla costruzione di percorsi più accessibili, sostenibili e coerenti con le trasformazioni del mercato professionale. Il punto non è solo accompagnare i giovani nell’accesso alla professione, ma rafforzarne sempre di più le condizioni affinché possano restarvi e crescere. È da qui che passa la tenuta e il rinnovamento dell’intero sistema”.»

Anche AIGA ha preso parte alla presentazione del Rapporto sull’Avvocatura 2026 di Cassa Forense e Censis:

«Dai dati emerge un quadro in chiaroscuro: da un lato segnali di crescita, con 228.641 avvocati e un reddito medio salito a 51.900 euro — il valore più alto dell’ultimo decennio — per un totale complessivo di 11,2 miliardi di euro; dall’altro, criticità che restano profonde. Persistono infatti forti divari, sia di genere — con redditi medi quasi dimezzati per le donne rispetto agli uomini — sia territoriali, tra Nord e Sud. Allo stesso tempo, la categoria continua a invecchiare e registra un calo degli iscritti, con un saldo negativo nell’ultimo anno di circa 2.800 unità.

Un contesto che evidenzia la necessità di interventi concreti su welfare, formazione e accesso alla professione, per garantire sostenibilità e prospettive alle nuove generazioni di avvocati.»

È poi intervenuto l’avv. Moretti, Coordinatore dell’Organismo Congressuale Forense, il quale, come si suol dire, ha messo il dito nella piaga affermando che:

«I dati confermano una “struttura piramidale” che impone una riflessione profonda e urgente:

  • 6 avvocati su 10 si situano sotto i 35.000 euro di reddito.
  • Gender gap persistente: il reddito medio delle donne (33.829€) è ancora la metà di quello dei colleghi uomini.
  • Fuga dalla professione: quasi 6.500 iscritti in meno in dieci anni, con un calo che colpisce soprattutto la componente femminile.

Proprio sulla condizione dei nuovi professionisti, il Coordinatore Moretti ha posto l’accento su un paradosso generazionale:

“C’è una crescente difficoltà per i giovani di considerare la previdenza come un investimento per il futuro, stante il contesto di urgenza economica attuale. In sostanza, la previdenza è un tema di lungo periodo, ma i giovani vivono oggi una condizione dominata esclusivamente dal breve periodo.”

Per l’Organismo Congressuale Forense, la crescita del volume d’affari complessivo del settore deve tradursi in una maggiore equità. Non possiamo permettere che l’incertezza del presente impedisca ai colleghi più giovani di costruire il proprio domani.»

Già nel 2021 ANF:

«La fotografia dell’Avvocatura restituita dal rapporto Censis 2021 mette nero su bianco che o si mettono in campo le condizioni per cambiare la professione, o la professione rischia di ripiegarsi su stessa, perdendo il ruolo che le compete nella società.

Ancora troppo elevato il gender gap salariale e preoccupante la volontà di oltre il 30% degli avvocati di abbandonare la toga per motivi economici: facce diverse della stessa medaglia, ovvero di un’avvocatura ancora troppo poco aperta ai cambiamenti di un mondo che sta mutando rapidamente”.

Così il segretario generale dell’Associazione Nazionale Forense Giampaolo Di Marco. “La distanza fra il reddito medio di una donna avvocato e quella di un collega uomo – continua Di Marco – è tale che occorre sommare il reddito di due donne per sfiorare (e non raggiungere) il livello medio percepito da un uomo: 23.576 euro contro i quasi 51.000. È evidente che questo gap è del tutto anacronistico, anche perché maggiore del differenziale di retributivo a livello generale nel nostro Paese. Non possiamo poi nascondere la portata del dato in ottica prospettica: le donne sono maggioranza attualmente, e lo sono ancora più nettamente nelle fasce più giovani della professione, per cui si pone per il futuro una criticità a livello di sostenibilità previdenziale. Motivo per il quale abbiamo richiesto un incontro a Cassa Forense per discutere della futura riforma”.

“La dinamica del reddito medio, osservato a partire dal 2005, riporta una tendenza declinante, dovuta all’allargamento della base degli avvocati iscritti e alla progressiva estensione della componente femminile. Ma non è solo una questione di grandi numeri: manca – aggiunge il segretario ANF – una attenzione concreta del legislatore nei confronti della professione di avvocato, perché ancora non si rendono effettivamente convenienti le aggregazioni, lasciando irrisolte le asimmetrie sul piano fiscale che le disincentivano.  Ulteriore segnale, da ultimo, il fatto che praticanti avvocati, abilitati e non, assunti all’interno dell’ufficio del processo non possano svolgere attività nello studio legale di appartenenza”. “Anche la politica forense non è esente da colpe: da anni dibatte senza approdi concreti sul tema degli avvocati collaboratori di studi legali che è una delle più esposte e che paga le maggiori conseguenze, anche in termini reddituali, delle ripercussioni che le varie crisi che si sono susseguite in questi anni” – conclude Di Marco.»

Nulla è cambiato e già questo dovrebbe far riflettere.

È pacifico che non c’è un’avvocatura ma tante avvocature per la maggior parte delle quali la previdenza è percepita come un costo e non come un accantonamento per il futuro.

Di qui la richiesta di aumentare il budget degli interventi di welfare per rendere la previdenza forense compatibile con l’ingresso nella professione.

Con l’assistenza tamponi ma non risolvi la situazione!

Vediamo allora i dati e mi riferisco alla Tabella B8, pag. 133, del Rapporto Censis.

Il monte reddito Irpef dell’avvocatura, anno 2024, è pari in totale a 11.239.214.145 a cui corrisponde un reddito medio (la media del pollo) pari a € 51.912 a fronte di un numero di iscritti pari a 228.641.

Ma se andiamo a vedere la distribuzione di questo reddito per classi di importo vediamo che il monte redditi sino a € 35.000, a fronte di un numero di iscritti pari a 133.567, è pari € 1.932.706.391 che da un reddito medio di € 14.470 mentre il monte redditi che va da € 35.000 a 121.900 è pari a € 3.910.816.068, a fronte di un numero di iscritti pari a 123.372, con un reddito medio di € 31.699. Il monte redditi da € 121.900 sino a maggiore di 500.000 è pari a € 5.395.691.686, a fronte di un numero di iscritti pari a 17.197, con reddito medio di € 313.758.

Abbiamo quindi tre avvocature, una povera, una con redditi medio bassi e la terza con redditi altissimi che però rappresenta il 7,9% del totale degli iscritti, pari a 18.063 su 228.641 iscritti e si porta a casa quasi la metà dell’intero monte redditi.

Lo stesso discorso vale per il volume d’affari e per le pensioni.

Cassa Forense eroga, al 31.12.2025, 36.274 trattamenti pensionistici con un importo medio di 31.519 euro annuo ma le pensioni contributive, dato che Cf dal 01.01.2015 ha optato per il calcolo contributivo in pro rata, oggi sono 2.323 che corrispondono, in media, 5.220 euro all’anno.

Va segnalato che ci sono ancora 12.136 iscritti fantasmi perché non inviano il Modello 5 e ben 1.562 iscritti dichiarano un monte redditi negativo.

Di fronte a questi numeri e a questa divaricazione continua dell’avvocatura su base reddituale, non serve l’assistenzialismo, ma una scelta coraggiosa in termini di quantificazione della contribuzione previdenziale.

Come ha efficacemente detto la dott.ssa Giovanna Biancofiore, attuaria interna a CF e di grande competenza, nel suo intervento, i numeri sono persone e parlano chiaro.

L’ascensore per l’avvocatura stenta a ripartire, è stata usata per decenni come ammortizzatore sociale, il progressivo invecchiamento degli iscritti e la mancanza del ricambio generazionale sono i problemi da affrontare oggi, non domani.

Oggi il contributo soggettivo è calcolato con aliquota fissa proporzionale al reddito (tale contributo, per l’anno 2025 è determinato come segue: a) aliquota del 16% per reddito sino a euro 130.000,00; b) aliquota del 3% per reddito eccedente euro 130.000,00. La percentuale del contributo di cui al comma 1, lettera a), in considerazione delle esigenze di sostenibilità del sistema previdenziale Forense e di adeguatezza dei trattamenti, è rideterminato, ferma restando la rivalutazione del tetto reddituale prevista dal comma 3 dell’art. 34: a) nella misura del 17% per l’anno 2026; b) nella misura del 18% a partire dall’anno 2027).

Serve transitare ad una aliquota con carattere di progressività a scaglioni per età e per reddito, così come per l’imposizione fiscale.

Non vedrei problemi per la progressività per scaglioni sino al 5% nel contributo integrativo dato che è ripetibile dal cliente e non concorre a formare il montante contributivo, avendo una funzione esclusivamente solidaristica nella sostenibilità del sistema.

La progressività dell’IRPEF è un principio costituzionale (Art. 53) per cui l’aliquota fiscale aumenta col crescere del reddito, garantendo che chi guadagna di più paghi una percentuale maggiore. In Italia, si applica per scaglioni, dove aliquote crescenti (attualmente dal 23% al 43%) si applicano solo sulla parte di reddito che rientra in quella determinata fascia.

Traduzione: chi guadagna di più deve contribuire di più alla previdenza forense.

L’ENPAP degli psicologi ci è già arrivato sia pure su base volontaria:

«Contributo soggettivo

Corrisponde al 10% del tuo reddito netto, con un minimo di 856,00 euro(*).

Annualmente, in occasione della presentazione della comunicazione reddituale, è possibile decidere se elevare la percentuale di contribuzione minima (pari al 10%) fino ad un massimo del 30%, con incrementi di due punti percentuali (12%, 14%, 16%, ecc.).»

La gestione INPS per commercianti e artigiani ha due aliquote progressive a scaglioni.

Per INPS artigiani/commercianti, infatti, si usano due aliquote differenziate per reddito: una percentuale base sul minimale fisso e una aliquota maggiore sulle eccedenze.

Mi auguro che il prossimo Comitato dei Delegati, del quale sono prossime le elezioni, ad ottobre 2026, si ponga questo problema perché la media dei polli nasconde forti disparità economiche.

Come scrivevo, inascoltato, già nel 2017 su Diritto e Giustizia, La dottrina si esprime in prevalenza nel senso della natura d’imposta dei contributi previdenziali (Persiani, Diritto della previdenza sociale; Rossi in Tr. Ress. 1986, 709; Levi Sandri, 272), abbandonando la risalente concezione dei contributi con salario previdenziale (F. Santoro – Passarelli, 180).

In giurisprudenza ci è arrivata Cassazione, Terza penale, n. 20845/2011.

La Corte ha rilevato che in tema di omesso versamento delle ritenute previdenziali, la giurisprudenza di legittimità ha escluso ogni rilevanza dello stato di dissesto dell’impresa.

«Lo stato di dissesto dell’imprenditore, il quale prosegua ciò nonostante nell’attività d’impresa senza adempiere all’obbligo previdenziale e neppure a quello retributivo, non elimina il carattere di illiceità penale dell’omesso versamento dei contributi. Infatti, i contributi non costituiscono parte integrante del salario ma un tributo, in quanto tale da pagare sempre e in ogni caso, indipendentemente dalle vicende finanziarie dell’impresa. Ciò trova la sua ratio nelle finalità, costituzionalmente garantite, cui risultano preordinati i versamenti contributivi e anzitutto la necessità che siano assicurati benefici assistenziali e previdenziali……

L’INPS accanto ad aliquote proporzionali (circa il 33% per i dipendenti), integra elementi di progressività tramite massimali, minimali e la deducibilità fiscale IRPEF, che riduce il carico sui redditi più bassi.

Agire solo sulla contribuzione minima per un certo numero di anni, non risolve il problema, solo la progressività del contributo soggettivo e integrativo per scaglioni di età e di reddito, potrà unire, dal punto di vista previdenziale, l’Avvocatura tutta.

Si tratta di fare un calcolo attuariale che la dott.ssa Biancofiore è certamente in grado di fare, tenendo conto che gli avvocati ricchi, che dichiarano oltre il tetto pensionabile, sono già gravati del 43% fiscale.

Multa paucis!

 

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