Ancora una volta i professionisti dimenticati
Perché Il lavoro autonomo è assente nel decreto Primo Maggio.
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Il nuovo Decreto Primo Maggio approvato dal Consiglio dei Ministri torna a puntare con decisione sul lavoro dipendente, lasciando però nell’ombra una componente sempre più rilevante del sistema produttivo: il lavoro autonomo professionale. A denunciarlo è il Colap, che attraverso il presidente Nicola Testa evidenzia una criticità ormai strutturale nelle politiche del lavoro italiane.
Se da un lato il provvedimento introduce misure condivisibili — dagli incentivi alle assunzioni al rafforzamento della contrattazione collettiva, fino al principio del “salario giusto” — dall’altro continua a escludere completamente i professionisti non ordinistici e i lavoratori autonomi. Una scelta che rischia di essere miope, considerando il peso crescente di questo segmento in termini di innovazione, flessibilità e contributo al Pil.
Il decreto stanzia circa 960 milioni di euro per sostenere l’occupazione, con bonus mirati a donne, giovani, stabilizzazioni e aree svantaggiate. Introduce inoltre meccanismi per tutelare il potere d’acquisto durante i rinnovi contrattuali e prova a intervenire sul lavoro povero, anche attraverso nuove regole per i rider e l’economia delle piattaforme.
Tuttavia, tutte queste misure restano circoscritte al perimetro del lavoro subordinato. Nessun intervento su fiscalità, tutele, accesso al credito o welfare per i professionisti autonomi. Una lacuna che il Colap definisce “deliberata”, e che apre un interrogativo politico ed economico: può davvero esserci crescita senza includere chi lavora fuori dai modelli tradizionali?
C’è un paradosso che questo decreto rende ancora più evidente: mentre il lavoro cambia, la politica continua a guardarlo con categorie del passato.
Il governo interviene su salari, contratti e incentivi con un impianto che ha una sua coerenza interna. Ma è una coerenza incompleta. Perché fotografa solo una parte del mercato del lavoro: quella più visibile, più organizzata, più rappresentata.
Il lavoro autonomo professionale — fatto di consulenti, freelance, partite IVA, nuove competenze digitali — resta ai margini. Non per mancanza di rilevanza, ma per una difficoltà strutturale nel definirne il perimetro e nel costruire strumenti adeguati.
Eppure è proprio lì che si gioca una parte decisiva della competitività del Paese. Ignorarlo non significa solo creare una disparità: significa perdere un’occasione.
Il Decreto Primo Maggio compie passi avanti importanti contro il lavoro povero e per la dignità salariale. Ma lascia aperto un vuoto politico che prima o poi dovrà essere colmato. Perché non esiste più un solo modo di lavorare — e continuare a legiferare come se esistesse è il vero limite di fondo.
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