Anno: XXVIII - Numero 88    
Mercoledì 6 Maggio 2026 ore 13:45
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Scuse tardive, giustizia smemorata

La morte di Marmo riapre una verità scomoda: errori enormi senza sanzioni, tra protagonismo e responsabilità evaporate nel tempo.

Scuse tardive, giustizia smemorata

i sono vicende che il tempo non archivia, ma incide. Il caso di Diego Marmo, riemerso con la sua scomparsa, appartiene a questa categoria: non tanto per accanimento postumo, quanto perché rappresenta una ferita mai davvero rimarginata nel rapporto tra cittadini e giustizia.

Le scuse, arrivate dopo trent’anni, hanno il sapore di un atto dovuto più che di una piena assunzione di responsabilità. Non perché chiedere perdono sia irrilevante — tutt’altro — ma perché il contesto in cui maturano ne cambia il significato. Quando non c’è più nulla da perdere, quando la carriera è compiuta e le conseguenze personali azzerate, le parole rischiano di suonare come un epilogo conveniente, più che come una resa dei conti autentica.

Il punto centrale, però, non è solo Marmo. È il sistema che consente a errori così clamorosi di non produrre effetti proporzionati. Nel processo Tortora non si assistette a una semplice svista, ma a un cortocircuito grave: accuse costruite su testimonianze fragili, amplificate da un impianto accusatorio che in aula si fece spettacolo, con toni eccessivi e una sicurezza che oggi appare inquietante. In quel contesto, il ruolo del pubblico ministero non fu neutrale né prudente, ma fortemente assertivo, quasi militante.

Eppure, a valle di tutto questo, non si è registrata una vera responsabilità individuale. Le colpe si sono disperse tra uffici, ruoli, decisioni condivise. Il risultato è un paradosso: un errore giudiziario gigantesco senza veri colpevoli, o meglio, senza conseguenze concrete per chi lo ha reso possibile.

È qui che si apre la questione più scomoda. La giustizia può chiedere fiducia solo se dimostra di saper rispondere dei propri fallimenti. Non basta correggere una sentenza in appello per sanare il danno: il costo umano, mediatico e psicologico resta, e nel caso Tortora fu devastante. Se a questo non segue una riflessione seria — anche disciplinare — il rischio è che passi un messaggio implicito: l’errore, anche macroscopico, è tollerato purché rientri nelle logiche del sistema.

Le parole di Tortora, poco prima di morire, restano il contrappunto più duro: distinguere tra chi sbaglia in buona fede e chi “sa quello che fa”. È una linea sottile, ma decisiva. Ed è proprio su quella linea che la giustizia italiana continua a essere interrogata, oggi come allora.

 

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