Anno: XXVIII - Numero 80    
Giovedì 23 Aprile 2026 ore 13:00
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L’allegoria del cattivo governo

Nel ciclo pittorico del Ambrogio Lorenzetti sul Buono e Cattivo Governo (1338-1339), si rappresenta in forma allegorica come la qualità del potere politico incida direttamente sulla vita dei cittadini: il buon governo genera ordine e prosperità, mentre il cattivo porta rovina, paura e degrado.

L’allegoria del cattivo governo

rNel 1338 (ma se ne registrano pagamenti fino al 1339) Ambrogio Lorenzetti vi dipinse il ciclo del Buono e Cattivo Governo, ovvero la rappresentazione allegorica delle diverse forme di governo di una città medievale e dei loro diversi e opposti effetti sulla vita dei suoi cittadini. Gli affreschi condensano un complesso messaggio incentrato sulla corretta gestione del potere politico che, per la sua universalità, ne fa uno dei testi pittorici più famosi a livello mondiale. Il ciclo, in cui sono declinati due opposti concetti: quello del Comune e quello della Tirannide, si dispiega su tre pareti ed è correlato da una serie di iscrizioni che, nel loro insieme compongono una canzone poetica di 62 versi, la cui funzione è quella di esplicitare e accompagnare il messaggio della narrazione figurata. Dall’interazione tra le iscrizioni e le immagini si determina una chiave di lettura, che si diparte dalla grande Allegoria del Buon Governo della parete nord, per poi snodarsi attraverso gli Effetti che ne derivano sulla città e sulla campagna, e concludesi sulla parete opposta con l’Allegoria e gli esiti infausti del Cattivo Governo.

*** * ***

Il Presidente dell’ANAC il 21 aprile 2026, presentando la sua relazione in Parlamento, ha ricordato l’allegoria del cattivo governo di Ambrogio Lorenzetti che già nel 300, ci offriva il desolante quadro di ciò che accade quando l’interesse privato soffoca il bene comune: città in rovina, campagne devastate, paura dilagante.

Per ANAC la corruzione attraversa confini e mercati, travalica ordinamenti e legislazioni, sfruttandone lacune e debolezze.

La prevenzione della corruzione rappresenta la linea guida per l’ANAC.

«Solo un’amministrazione imparziale può essere anche un’amministrazione credibile. Questo imperativo, figlio della nostra Costituzione prima ancora che dei presìdi anticorruzione, sembra smarrirsi in piccoli e grandi conflitti di interesse, di fronte ai quali ci troviamo troppo spesso nella nostra attività.

Preoccupano, per questo, alcune scelte normative recenti, dalle quali forse non è estraneo l’ulteriore arretramento dell’Italia nell’indice di Transparency International.

Avevamo prontamente segnalato i vuoti di tutela che avrebbero lasciato l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio ed il parallelo ridimensionamento del traffico di influenze illecite. Per compensare l’arretramento del diritto penale, si sarebbero dovute rafforzare almeno le garanzie amministrative. Purtroppo, è avvenuto il contrario.

Una serie di modifiche puntuali ha fatto venir meno i limiti al passaggio diretto dalle cariche politiche, verso quelle nelle società partecipate e i vertici dell’amministrazione, sia a livello locale che regionale (art. 2, legge 8 agosto 2025, n. 122). Ciò, col rischio, fra l’altro, di incentivare la nascita di nuove società partecipate non funzionali all’interesse pubblico.

Parallelamente si è indebolita, con scelte disomogenee, la disciplina sulle incompatibilità successive per i dipendenti pubblici – il cosiddetto divieto di pantouflage – che avrebbe invece richiesto, come da noi segnalato, un intervento deciso per garantirne l’effettiva applicabilità, soprattutto nei confronti dei gruppi societari più influenti (art. 3, comma 3-bis, d.l. 14 marzo 2025, n. 25, come convertito con legge 9 maggio 2025, n. 69).

Da ultimo, si sono introdotti disallineamenti tra le diverse ipotesi di incompatibilità, mettendo in discussione la stessa separazione tra funzioni politiche e funzioni gestionali, tra chi controlla e chi è controllato (art. 12-bis, d.l. 14 marzo 2025, n. 25, come convertito con legge 9 maggio 2025, n. 69).

Non si vuole un inasprimento generalizzato di divieti e limiti. Anzi, in alcuni casi siamo stati noi a chiedere disposizioni più flessibili e sanzioni più proporzionate. Occorre, però, preservare un sistema di garanzie in linea con gli standard europei, dentro un disegno unitario e un’architettura solida e lungimirante. Anche per questo, auspichiamo che il recepimento della Direttiva anticorruzione sia l’occasione per ripensare almeno alcune delle scelte normative effettuate.

Di fronte a tutto ciò, appare in ogni caso urgente rafforzare almeno i requisiti di professionalità ed esperienza richiesti per accedere ai diversi incarichi, laddove questi siano attribuiti con criteri fiduciari e designazione del vertice politico. Ciò, tanto più dopo la recente riforma della Corte dei conti, che ha escluso in modo amplissimo la responsabilità erariale dei titolari di incarichi politici per gli atti di loro competenza, se proposti, vistati o sottoscritti – come quasi sempre accade – dai responsabili degli uffici tecnici o amministrativi.

In questo quadro, oltre all’attività di regolazione, anche la nostra vigilanza ha continuato ad evolversi: i circa 150 fascicoli istruiti nel 2025 – così come le decine di pareri resi a seguito di nostri controlli o su richiesta di amministrazioni ed enti – testimoniano il passaggio dalla semplice verifica sul rispetto della normativa ad un crescente affiancamento collaborativo. Ciò, per tutelare l’imparzialità sostanziale dell’azione pubblica e, insieme, assicurare efficacia e buon andamento.

Verso una disciplina organica dei rappresentanti di interessi

È ancora una sfida irrisolta la regolamentazione organica dei gruppi di interesse, le lobby, nonostante i ripetuti solleciti internazionali e sebbene le strategie per esercitare pressioni si facciano più subdole e pervasive, talora anche da parte di operatori dotati di risorse superiori agli stessi Stati.

L’attività dei rappresentanti di interessi non va criminalizzata, ma disciplinata adeguatamente, per preservare un dialogo aperto delle istituzioni con la società civile in tutte le sue espressioni. Occorre, tuttavia, non solo assicurare la piena tracciabilità dei contatti ed escludere ogni forma, anche indiretta, di remunerazione come contropartita delle decisioni, ma anche creare canali aperti e trasparenti, attraverso i quali pure i gruppi con minori risorse possano far pervenire le proprie proposte ai decisori pubblici. Spetterà naturalmente a questi ultimi scegliere fra le diverse opzioni, ma in un quadro di trasparenza e piena assunzione di responsabilità di fronte ai cittadini.

È certamente positivo che la Camera dei Deputati abbia finalmente approvato un progetto di legge organico (A.C. 2336). Speriamo che il prosieguo dell’iter parlamentare consenta di completare ulteriormente il quadro normativo, come da noi tempestivamente suggerito.

La doverosa valorizzazione del whistleblowing

In un tempo in cui la corruzione si mimetizza e si fa costume, diventa più prezioso il coraggio di chi spezza il silenzio. Per questo occorre non solo proteggere, ma anche valorizzare la figura del whistleblower, preziosa sentinella della legalità che, accortasi di un illecito nell’organizzazione in cui opera, non si volta dall’altra parte, ma sceglie di denunciarlo: un servizio prezioso per il proprio ente, un atto di responsabilità che infrange l’omertà, un gesto di cittadinanza vigile a tutela di tutti.

È con questo intento che abbiamo voluto dare maggiore impulso all’istituto, rendendolo un pilastro della prevenzione: linee guida puntuali, procedure certe, strumenti semplici, anche digitali, e tutele effettive. Prima di tutto, un’alleanza solida con gli Enti del terzo settore – che salutiamo e ringraziamo – affinché la segnalazione non sia più un atto isolato di coraggio, ma un gesto naturale di impegno collettivo.

Le 1.931 segnalazioni esterne pervenute nel 2025, a fronte delle 1.240 del precedente anno, testimoniano un istituto in espansione.»

L’ANAC ha individuato perduranti carenze nel settore dei contratti pubblici.

«Nei contratti pubblici non basta correre, bisogna costruire qualità: programmare, progettare e realizzare bene. In questo deve tradursi il principio di risultato, quello che risponde ai bisogni dei cittadini, evita sprechi e, alla fine, riduce i tempi.

L’esperienza mostra che le procedure aperte al confronto competitivo offrono maggiori garanzie. Perché chi viene scelto senza concorrenza non sempre è il più rapido, raramente è il migliore, quello capace di offrire maggiore qualità.

Anche sotto questo profilo, il Decreto Correttivo al Codice (d.lgs. 31 dicembre 2024, n. 209), pur rafforzando per altri aspetti il quadro regolatorio, ha lasciato aperte faglie insidiose.

La più evidente è l’esplosione degli affidamenti diretti per servizi e forniture, fra i quali anche le consulenze. Nel 2025 hanno interessato quasi il 95% delle acquisizioni totali, con un significativo addensamento a ridosso della soglia, tra i 135.000 e i 140.000 euro (e con il conseguente incremento degli acquisti, in tale fascia d’importo, dai 1.549 del 2021 ai 13.879 del 2025). Dietro questa prassi, si annidano sovente sprechi, opportunismi, frazionamenti artificiosi, talvolta perfino infiltrazioni criminali. E, in qualche contesto, gli amministratori onesti restano più esposti a pressioni indebite, non potendo più opporre, sotto tale soglia, la necessità di un confronto competitivo.

Inoltre, manca ancora, per le imprese che partecipano agli appalti, l’obbligo di dichiarare il titolare effettivo: condizione minima per conoscere davvero, al di là degli schermi societari, con chi l’amministrazione si sta rapportando, e per prevenire non solo infiltrazioni criminali, ma anche offerte combinate e intese occulte.

Si fa sentire, poi, l’eliminazione della verifica preventiva per gli affidamenti in house, fondamentale per evitare distorsioni del mercato e contenziosi.

Anche i Collegi consultivi tecnici – essenziali per risolvere controversie e dubbi procedurali che insorgono durante l’esecuzione del contratto – operano tuttora in un cono d’ombra: composizione, compensi e decisioni non sono pienamente trasparenti, nonostante l’impatto rilevante dell’istituto sui bilanci pubblici. Per ovviare a questo, abbiamo, fra l’altro, inserito specifiche raccomandazioni nell’ultimo Piano Nazionale Anticorruzione (PNA), con l’auspicio che diventi effettivo un meccanismo di monitoraggio sistematico collegato alle nostre banche dati, per rendere tali informazioni pubbliche e liberamente consultabili.

L’abrogazione del cosiddetto rating d’impresa (art. 109 del Codice) voluta dal Correttivo ha privato il sistema di uno strumento che avrebbe orientato il mercato verso qualità e capacità realizzativa. In attesa di un auspicabile intervento del legislatore, lavoriamo a soluzioni alternative, basate sui nostri dati, non solo per verificare il rispetto della normativa da parte delle imprese, ma anche per misurare in modo oggettivo le loro capacità operative ed i tempi di realizzazione, in modo da restituire al mercato un criterio chiaro, equo e verificabile, che premi le imprese migliori.

Intendiamo, anche così, semplificare l’attività delle SOA, con le quali è in corso un confronto costante, che ha già portato, fra l’altro, all’aggiornamento del Manuale sulla qualificazione.»

Sul sito dell’ANAC potete trovare tutti i documenti pubblicati.

Il problema dei problemi: “…un tasso di analfabetismo funzionale che oscilla tra il 60% e il 70%…un Paese dove la maggioranza della popolazione non ha gli strumenti critici per decodificare la realtà” (Cristina Cassigoli su FB).

 

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