La capocrazia. Le primarie: il trappolone che la sinistra tende a sé stessa
Il dibattito a sinistra verte sulle primarie, laddove un programma per governare non è stato nemmeno abbozzato per motivi che sfuggono. Ma l’aspetto più inquietante, o più esilarante, è un altro: non sono affatto indispensabili, e rischiano di spaccare il campo largo in tifoserie.
Sulla propria capacità di farsi del male la sinistra regala sempre sorprese. L’ultimo esempio sono le primarie cosiddette. Non è stato ancora deciso se e quando tenerle, con quali regole e chi parteciperà alla gara; però in compenso si scommette su chi ne uscirà vincitrice (Elly Schlein) o vincitore (Giuseppe Conte). Circolano già sondaggi al riguardo. Secondo Alessandra Ghisleri, sempre molto attendibile, il leader pentastellato sarebbe un’incollatura davanti a tutti qualora si cimentassero numerosi concorrenti, ma si ritroverebbe una spanna indietro a Schlein se gareggiassero soltanto loro due. Duello sul filo e perciò appassionante, altamente spettacolare, con un unico risultato certo: il campo largo spaccato a metà, diviso come una mela tra le opposte tifoserie. Un autogol clamoroso.
In pratica è come se si giocasse un derby all’interno del centrosinistra, con tutti i lazzi, gli sfottò, le coreografie da stadio, i cori più o meno truculenti nei confronti dei rivali, salvo il giorno dopo ritrovarsi tutti uniti dalla stessa parte a festeggiare insieme e sostenere le medesime bandiere. Non funziona così nel mondo reale. Chiaro che le primarie, concepite come resa dei conti, sarebbero un caso di autolesionismo da manuale di psichiatria. Non per nulla l’ultimo grande vecchio di quel mondo, Romano Prodi, le considera un trappolone che la sinistra sta tendendo a se stessa. Sarebbe un madornale errore parlare adesso di primarie, secondo il fondatore dell’Ulivo, l’unico capace di disarcionare due volte il cavalier Berlusconi. Equivarrebbe a mettere il carro davanti ai buoi, le priorità della politica dinanzi a quelle della gente normale.
Prima di farsi prendere dalla febbre delle primarie ci sarebbero altre necessità, urgenze tipo concordare un piano per l’Italia. Mettersi d’accordo su cosa fare una volta al governo. Toccare le corde giuste con proposte serie e praticabili. Servirebbero alla sinistra progetti condivisi per i giovani, per il lavoro, per la casa, per l’ambiente, per la salute, per l’istruzione, per le imprese, sull’intelligenza artificiale, sulle risorse energetiche, sull’immigrazione di cui più nessuno parla, sulla sicurezza interna e internazionale per citare le prime emergenze. Andrebbero mobilitate persone competenti, figure in grado di dare risposte, potenziali ministri del futuro governo e non quattro scappati di casa incaricati di impapocchiare generiche formulette alla vigilia del voto.
Inoltre, il piano andrebbe discusso, emendato, migliorato, trasformato in piattaforma comune, in base d’azione magari avviando consultazioni, attraverso gazebo oppure online, non ci sono limiti alla fantasia politica. E una volta che la sinistra avesse il suo, di programma, non sarebbe un dramma decidere a chi affidarne la realizzazione, chi candidare dunque a Palazzo Chigi magari proprio con le primarie, perché no? La scelta diventerebbe a quel punto meno drammatica, meno divisiva. Sarebbe il coronamento logico di un percorso. Invece, guarda caso, si sta facendo il contrario.
Il dibattito a sinistra verte sulle primarie, laddove un programma per governare non è stato nemmeno abbozzato per motivi che sfuggono (il M5S pare sia indietro con le proprie elaborazioni). Ma l’aspetto più inquietante, o più esilarante, è un altro: le primarie-boomerang non sono affatto indispensabili. Al massimo una libera scelta, non una necessità. La legge elettorale vigente è evasiva in proposito. Ciascuno fa come meglio crede. Alle scorse elezioni, per esempio, la destra decise di candidare a Palazzo Chigi il leader del partito più votato, senza dichiararlo in anticipo ma lasciando che a scegliere fossero gli elettori in cabina. Il centrosinistra potrebbe fare tranquillamente lo stesso dando priorità al programma anziché dilaniarsi al proprio interno.
L’indicazione preventiva del leader, con tanto di nome e cognome, diventerebbe indispensabile solo nel caso in cui venisse approvata la riforma elettorale dei Fratelli d’Italia. Lì dentro, tra le altre cose, c’è scritto che sarà obbligo delle coalizioni mettere nero su bianco “la persona da indicare al presidente della Repubblica come proposta per l’incarico di presidente del Consiglio”. Niente nome del candidato, niente premio di maggioranza. In pratica, sconfitta certa per chi non indica. Ma questa riforma dal nome improbabile (qualche burlone l’ha battezzata “Stabilicum”) non è stata ancora timbrata dal Parlamento; forse mai lo sarà mai, a causa delle discordie in seno alla maggioranza per non dire dei molti dubbi di costituzionalità.
Ecco, dunque, il paradosso dei paradossi, quasi da non credere: la sinistra trascura il programma per lanciarsi in una guerra fratricida sulla sclta del candidato premier senza che nessuno glielo abbia chiesto. Di propria spontanea iniziativa si auto-infligge la scelta di un capo, per giunta nel nome di quella “capocrazia” che sempre rinfaccia alla destra e poi invece pratica, con grande soddisfazione.
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