Csm, la resa dei conti dopo il referendum
Correnti in campo, autoriforma evocata ma il sistema resiste.
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La chiamano autoriforma, ma il sospetto è che sia l’ennesimo regolamento di conti. Dopo il referendum, dentro la magistratura associata si riapre una partita che non è mai stata davvero chiusa: quella tra correnti, equilibri e potere. E il Csm torna ad essere il terreno decisivo, più politico che istituzionale.
L’iniziativa di Magistratura democratica ha il merito di rimettere al centro parole necessarie — trasparenza, regole, fine del carrierismo — ma arriva in un clima tutt’altro che neutro. Perché il doporeferendum non è solo tempo di riflessione: è anche tempo di posizionamenti, di rivalse, di ridefinizione dei rapporti di forza. E il rischio è che le riforme annunciate diventino strumenti di una nuova fase di scontro, più che soluzioni ai problemi strutturali.
Il nodo è sempre lo stesso: la discrezionalità del Csm. Difesa da alcuni come presidio di autonomia, criticata da altri come spazio opaco dove le correnti possono ancora incidere in modo determinante. Negli anni, il correntismo ha mostrato il suo volto peggiore, trasformando la fisiologia della rappresentanza in patologia del potere. Eppure, ogni tentativo di limitarlo si è infranto contro veti incrociati e compromessi al ribasso.
Il Testo Unico del 2024 ne è la prova più recente: una riforma nata per cambiare e finita per conservare. L’equilibrio tra Area e Magistratura indipendente ha prevalso ancora una volta, lasciando intatto il cuore del problema. E oggi, mentre si torna a parlare di sistema elettorale, anzianità o rotazione, la sensazione è che il sistema stia discutendo di sé stesso senza avere davvero la volontà di trasformarsi.
C’è poi un elemento che pesa più di altri: la credibilità. Dopo anni di scandali e di sfiducia crescente, ogni proposta di autoriforma dovrebbe misurarsi prima di tutto con questo dato. Ma la percezione esterna è che la magistratura continui a muoversi dentro logiche autoreferenziali, dove il cambiamento viene evocato più che praticato.
La sfida, allora, è tutta qui: dimostrare che questa non è l’ennesima stagione di promesse. Perché se anche questa volta prevarranno gli equilibri interni sulle regole condivise, il rischio non sarà solo quello di un’altra occasione persa. Sarà quello di consolidare definitivamente l’idea che il sistema non vuole — o non riesce — a riformarsi davvero. E a quel punto, più che una vendetta del doporeferendum, sarebbe una resa.
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