Anno: XXVIII - Numero 65    
Martedì 31 Marzo 2026 ore 15:00
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Gerusalemme ostaggio della paura

Allora il sistema smette di essere arbitro e diventa campo di battaglia politico.Quando la sicurezza diventa pretesto, la fede paga il prezzo più alto e la politica mostra il suo volto più cinico.

Gerusalemme ostaggio della paura

C’è un limite che non dovrebbe mai essere oltrepassato: quello che separa la sicurezza dalla sopraffazione, la prudenza dalla strumentalizzazione, la politica dal sacro. A Gerusalemme, nel cuore simbolico delle tre religioni monoteiste, quel limite è stato calpestato.

Impedire a un cardinale di celebrare la Domenica delle Palme al Santo Sepolcro non è solo un incidente diplomatico. È un atto che colpisce la libertà religiosa nel suo punto più sensibile, proprio mentre il mondo cristiano entra nella settimana più importante dell’anno. Non era mai accaduto “da secoli”, e già questo basterebbe a misurare la gravità del gesto.

La giustificazione ufficiale – ragioni di sicurezza, timori di attacchi – appare fragile, quasi pretestuosa. Perché quando la sicurezza diventa selettiva, quando colpisce simboli e figure che hanno osato criticare, allora smette di essere tutela e diventa pressione politica. Il sospetto di una ritorsione aleggia pesante, e non può essere liquidato con una formula burocratica.

Poi il passo indietro, rapido e necessario. Ma non basta. Perché se è vero che una telefonata o un ordine possono riaprire una porta chiusa, resta il segno di una chiusura che non doveva esserci. Resta l’ombra di un potere che si sente legittimato a decidere quando e come si possa pregare.

Il punto più basso nei rapporti tra Israele e la Chiesa cattolica non sta solo nel divieto, ma nella sua logica: quella che piega il sacro alle esigenze del conflitto, che confonde la fede con il sospetto, che trasforma i luoghi santi in territori amministrati come zone militari.

Le parole del Papa e del cardinale Pizzaballa risuonano come un monito che va oltre l’episodio: Dio non è un’arma, non è una bandiera, non è un alibi. Quando viene trascinato dentro la guerra, è sempre l’uomo a perdere.

Gerusalemme dovrebbe essere il luogo dell’incontro. Ieri è diventata, ancora una volta, il simbolo di una frattura. E ogni frattura, in quella città, non è mai solo politica: è una ferita aperta nella coscienza del mondo.

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