Il Sì al referendum incentiverà la negoziazione e l'efficienza della giustizia
Intervista a Federico Moleti, Pm a Palmi.
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Il procuratore di Palmi: “La riforma non indebolirà la magistratura. Nel rito accusatorio il pubblico ministero è una figura di parte, distinta dal giudice, che dovrebbe ricorrere alla negoziazione più di quanto non si faccia con l’unità delle carriere. Si tratta di un accordo che da un lato dà una pena mite, “certa e pronta”, come diceva Beccaria, e dall’altro evita di ingolfare la macchina processuale”
Un cultore di Cesare Beccaria, procuratore in Calabria. Federico Moleti, classe 1990, da sei anni alla Procura di Palmi, in provincia di Reggio Calabria. Voterà Sì alla riforma della giustizia. Ed è convinto che una “pena più mite, certa e subito”, come diceva Beccaria, sia più utile nel contrasto alla criminalità organizzata di una pena più severa, ma che arrivi però dopo molti anni.
Dottor Moleti, lei opera in un territorio difficile. Dove per 30 anni ha lavorato Nicola Gratteri, grande sostenitore del no al referendum. “Mafiosi, massoni, ndranghetisti voteranno per il sì, perché indebolendo la magistratura potranno dormire sonni più tranquilli”. Ha detto Gratteri. Che ne pensa?
Nello specifico non conosco le carte dei processi del mio autorevole collega, e dunque su questi non mi pronuncio. Considero però la sua una posizione infelice, perché credo possa essere percepita come un insulto da parte di molte persone. La riforma non indebolirà la magistratura. Nel rito accusatorio il pubblico ministero è una figura di parte, distinta dal giudice, che dovrebbe ricorrere alla negoziazione più di quanto non si faccia con l’unità delle carriere, che introduce un elemento di incoerenza nel sistema. La separazione delle carriere favorisce il ricorso al patteggiamento da parte del pm. Si tratta di un istituto che doveva essere centrale, e invece è rimasto residuale.
In che modo la riforma può aiutare il contrasto della criminalità organizzata?
Il patteggiamento ha come risultato che la vicenda processuale si chiude subito con una riduzione di pena significativa. L’imputato viene condannato a una pena certa, più mite ma subito. Viene fermato subito. Si tratta di un accordo che da un lato dà una pena mite, “certa e pronta”, come diceva Beccaria, e dall’altro evita di ingolfare la macchina processuale. Ripeto: non doveva essere una scelta residuale da parte degli indagati, ma un’opzione molto scelta. Il fatto che sia rimasta residuale, negli ultimi 35 anni, è una delle cause del fallimento del sistema giustizia e dipende per un verso perché la riduzione di pena proposta dal codice è troppo bassa per essere sufficientemente conveniente. E dall’altra dal fatto che il pm in un sistema di carriere unite non è portato a scegliere la strada negoziale. Come ho detto, nel rito accusatorio il pm dovrebbe essere molto focalizzato sul patteggiamento. La riforma apre a un cambio di mentalità che è salutare per un corretto funzionamento del sistema, lo rende più coerente con il modello da cui parte.
Alcuni vedono invece il rischio di un Pm superpoliziotto.
Non vedo questo rischio perchè i pm si devono attenere al disposto dell’articolo 533 del codice di procedura penale, che dice che una persona è considerata colpevole oltre ogni ragionevole dubbio. Ma oltre a questo un pm superpoliziotto renderebbe un cattivo servizio all’amministrazione giudiziaria e sarebbe anche un pessimo avvocato dell’accusa. Ingolferebbe la macchina giudiziaria e comprometterebbe il risultato.
E perché il ricorso al patteggiamento aiuterebbe nel contrasto alla criminalità organizzata?
È una valutazione pragmatica, di efficienza. Io ho in mente una giustizia che fa ponti d’oro a chi ci capita per un incidente di percorso. Ma è più rigorosa verso chi ha scelto quella strada. Oggi invece vedo una giustizia che ottiene molte vittorie di Pirro, ma alla fine subisce una sconfitta. Nei nostri territori, la criminalità può essere spesso una scelta di vita. Se una persona rischia di abituarsi alla strada criminale, bisogna fermarlo subito. Il patteggiamento è un modello di giustizia che interviene prima. In più abbiamo la recidiva che incrementa la pena quando la persona è stata già condannata (e il patteggiamento vale in molti casi come una condanna). Se invece un processo dura 7 anni, quello nel frattempo puo’ commettere altri reati senza che scatti la recidiva. E se per sette anni ha fatto il criminale, quando uscirà dal carcere sarà ancora un criminale. Tornerà a fare quello che faceva prima. Come diceva la moglie di un camorrista, “quando uno si abitua a quella vita, chi vuoi che torna a faticare?”.
Un altro elemento di discussione è il sorteggio dei membri togati. Secondo i critici della riforma il sorteggio li metterebbe in condizione di svantaggio rispetto ai togati. E dunque li esporrebbe ai condizionamenti della politica.
Ma le platee sono molto diverse. Nel caso dei laici la platea potrebbe essere composta da 200mila tra avvocati ed esperti. Nel caso dei magistrati, se nella peggiore delle ipotesi consideriamo anche gli uditori, la platea sarà composta da 2mila pm e 7mila giudicanti. Con una platea così vasta dei laici, non si poteva fare altrimenti. Ma i laici in entrambi i Csm sono solo un terzo dell’assemblea, e anche nell’ipotesi che fossero tutti nominati dalla maggioranza, cosa che non sarà, si tratta di un numero troppo esiguo per controllare l’assemblea del Csm. Io stesso, se le proporzioni fossero state di 50 per cento laici e 50 per cento togati avrei sostenuto il no. Alla Costituente la proposta che il Csm fosse composto di soli magistrati, era stata fatta dal movimento dell’Uomo qualunque, un movimento che funzionò come una sorta di autobus per molti sostenitori del Ventennio.
Un’altra obiezione viene mossa alla composizione del paniere. Un aspetto che viene demandato a una legge ordinaria e dunque alla maggioranza che scriverà la legge.
Ma la previsione della legge ordinaria non è un’anomalia nella costituzione, dove molte norme sono programmatiche e devono essere integrate da leggi ordinarie. Se venisse prevista una lista di sorteggiabili troppo corta o omogenea la legge ordinaria verrebbe dichiarata incostituzionale, perché deve rispondere al vaglio dell’articolo 3 della costituzione che stabilisce non solo il principio di uguaglianza di fronte alla legge ma anche quello di ragionevolezza. Farebbe la stessa fine del porcellum. Insomma, la composizione dei due Csm e dell’Alta Corte non cagiona pericoli all’indipendenza della magistratura. Del resto, Giuliano Pisapia, figlio di uno dei redattori del codice dell’88, vota sì. Questo dà l’idea che molti allarmi non sono fondati.
Come giudica il modo in cui è stata condotta la campagna referendaria?
È molto triste che sia stata buttata in caciara. È sbagliato in particolare collegare il referendum al destino del governo. Sbagliato e improvvido. A parte esempi recenti, lo fece Charles De Gaulle nel 1969, quando perse con un margine di 52 a 48 il referendum sulla riforma costituzionale. Così la Francia perse l’uomo che aveva vinto la guerra di resistenza.
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