«Vassalli lo disse: sulle riforme c’era il veto delle toghe»
Il professor Perlingieri fece parte del Csm di Bachelet: «Già negli anni Ottanta la magistratura era capace di condizionare la politica, ed era ideologizzata».
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Forse sul passato non recentissimo della magistratura e del Csm c’è qualche equivoco. Continuano a essere disconosciute, nonostante l’evidenza dei fatti, le dichiarazioni rese da Giuliano Vassalli al Financial times nel giugno ’87, definite “inesistenti” da Luciano Violante sul Corriere della Sera di ieri. Eppure quell’articolo esista eccome, negli archivi del maggior quotidiano economico d’Europa, sebbene in forma condensata rispetto alla lunga trascrizione custodita dal giornalista inglese che lo incontrò, Torquil Dick Erickson.
Il padre del processo accusatorio disse, dalle colonne del maggior quotidiano economico d’Europa, che in Italia «abbiamo una sovranità limitata come nell’Europa dell’Est, e a limitarla è il potere giudiziario», e che «rispetto a questo, c’è ben poco che possiamo fare». Ma davvero già nel 1987, ben prima di Mani pulite, il rapporto fra magistratura e politica era sbilanciato a favore della prima, nonostante si sia spesso osservato come nella prima Repubblica l’ordine giudiziario si fosse acconciato a una certa silenziosa e burocratica tolleranza, nei confronti dei partiti? Ne parliamo con un testimone “diretto”, il professor Pietro Perlingieri che, oltre a essere stato senatore nella prima legislatura post-tangentopoli, aveva fatto parte, in anni assai precedenti, del Csm di Vittorio Bachelet, dunque dello storico quadriennio 1976-1980, segnato dall’assassinio del vicepresidente a cui oggi è intitolata la sede del Consiglio. «Già nella magistratura di allora si assisteva a una certa politicizzazione e a estremismi, con alcuni componenti dell’ordine giudiziario che avevano atteggiamenti giustificatori nei confronti del terrorismo, a fronte», nota Perlingieri, «dei loro straordinari colleghi che con coraggio contrastarono la lotta armata prima e la criminalità mafiosa dopo».
Ma insomma, professore: davvero, come dichiarò Vassalli al Financial times, la magistratura già negli anni Ottanta era capace di porre veti sulle riforme della giustizia?
Dire proprio di sì. Il condizionamento c’era già, assolutamente. Si trattava di una distorsione rispetto al paradigma che i costituenti avevano immaginato. È vero che, in una prima fase, non ci fu questa connotazione politica, nell’ordine giudiziario. Il Csm fu istituito con un certo ritardo, e nei primi anni fu diverso, non si era ancora consolidata un’aggregazione di tipo propriamente sindacale né politico. Ma appunto, già nella consiliatura di cui ho fatto parte, le cose erano molto cambiate.
Ma il Csm, a fine anni Settanta, ancora non aveva acquisito la fisionomia da “contropotere” assunta oggi. O no?
C’erano sicuramente degli atteggiamenti ambigui da parte di alcuni magistrati rispetto, per esempio, al terrorismo. Si coglievano suggestioni ideologiche che denotavano una scarsa consapevolezza della funzione. E già emergeva la debolezza della sezione disciplinare.
Faccia qualche esempio.
Se un magistrato si trovava a essere incolpato, si faceva puntualmente avanti un togato di una qualche corrente che tendeva a difenderlo. Non c’era senso di responsabilità. Ricordo le preoccupazioni che Cossiga, all’epoca ministro dell’Interno, nutriva su queste derive ideologiche all’interno della magistratura assai prima del conflitto in cui poi si trovò, con il Csm, da presidente della Repubblica. Ne parlava anche con Bachelet, raccontava di episodi abbastanza sconcertanti.
Però il primato della politica, all’epoca, era fuori discussione. L’adesione della politica ai veti della magistratura sulle riforme, di cui parla Vassalli, sembrava inquadrata diversamente da oggi, e cioè più in una logica di reciproco accomodamento.
Ed è così. Era una situazione diversa, di non belligeranza, che alla fine andava bene a tutti. Ma è vero che la politica neppure si sognava di imporre, sull’ordinamento giudiziario, soluzioni che potessero risultare indigeste ai magistrati. Non aveva la forza e il potere di imporle.
E quindi anche nel vostro Csm, nel Csm di Bachelet, era data per inevitabile, ad esempio, una certa indulgenza della sezione disciplinare.
La sezione disciplinare non ha mai realmente svolto, neppure all’epoca, la funzione a cui sarebbe preposta. Ricordo un caso limite, un magistrato nei confronti del quale erano contestati addebiti davvero pesanti: tutti, in Csm, eravamo concordi nel doverne sancire la radiazione. Ebbe l’abilità, chiamiamola così, di vincere un concorso da professore universitario, e il procedimento disciplinare nei suoi confronti si estinse.
Di una certa copertura assicurata ai magistrati responsabili di gravi errori giudiziari, si è avuta plastica dimostrazione con il caso Tortora.
Be’, però credo che il libro di Luca Palamara sia il vero e proprio vangelo, a riguardo: parliamo delle testimonianze di quello che è a tutti gli effetti un pentito. Credo che il quadro rappresentato dai suoi libri reclami in modo assoluto la riforma dell’ordinamento giudiziario sulla quale stiamo per votare con il referendum.
Una vittoria del Sì ripristinerebbe il primato della politica nei confronti della magistratura?
In un paese democratico, il primato non può che essere della politica.
E non crede che un sì alla riforma sigillerebbe, appunto, quel primato?
Dovrebbe bastare il fatto che i rappresentanti della politica, in Parlamento, sono eletti, e che i magistrati sono semplicemente vincitori di un concorso. Giudici e pm non sono espressione della democrazia, devono svolgere una funzione.
Che da alcuni decenni sembra snaturarsi in una vigilanza etico-morale nei confronti della politica.
Intendiamoci: gli errori e le condotte censurabili dei politici esistono. Va anche detto che la qualità della classe politica è in picchiata, da diversi anni, anche per via dei sistemi elettorali che impediscono un’effettiva selezione dei candidati al Parlamento, che cioè favoriscono la mera cooptazine. Ma se parliamo dello scontro fra toghe e politica, neppure si può tacere dell’approssimazione e direi anche dell’arroganza esibita, per esempio, da persone pure autorevoli nel loro campo, penso a qualche premio Nobel, che nulla sanno di ordinamento giudiziario eppure si esprimono per il No al referendum.
A proposito di chi invece ha assoluta competenza ed è schierato per il No: Luciano Violante è tornato a prospettare un pm che diventerebbe, con la nascita di un Csm dei soli “requirenti”, troppo forte e perciò destinato a scivolare sotto il controllo politico.
Ma saranno rafforzati sia il pm sia il giudice: una magistratura giudicante davvero autonoma e indipendente, anche all’interno dell’ordine giudiziario, sarà più che sufficiente a bilanciare il rafforzamento ordinamentale dei requirenti, in modo da costituire la miglior garanzia possibile per lo stesso indagato.
Non è un paradosso che una riforma “progressista” qual è la separazione delle carriere, attuazione del modello accusatorio, sia osteggiata dalla sinistra e sostenuta dalla destra conservatrice di Meloni?
Nell’antica Roma già esistevano almeno due fazioni, in campo giuridico, che potremmo sommariamente individuare come progressisti e conservatori, vale a dire i proculiani e i sabiniani, e già allora ruoli e proposte si scambiavano. Se Cesare Salvi, capogruppo Pds quando io sono stato a Palazzo Madama, se Marco Minniti e Augusto Barbera sono per il Sì, vorrà pur dire qualcosa, e cioè che la separazione delle carriere non è di destra né di sinistra: deve garantire il miglior andamento della funzione giurisdizionale. Sono le persone che, nel centrosinistra, hanno clamorosamente cambiato idea su questa riforma, che dovrebbero sentire il bisogno di dare una spiegazione. Una giustizia disciplinare della magistratura come quella prevista dalla legge costituzionale di Nordio fu proposta più di trent’anni fa. Finalmente si può concretizzare. Il problema è di chi lo pensava allora e ha cambiato idea oggi.
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