Comitati per il sì e il no in campo per la separazione delle carriere
Si procede a passo spedito verso il referendum confermativo: scontro tra governo e toghe.
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Il referendum confermativo sulla riforma costituzionale della giustizia entra nella sua fase più politica e organizzativa. Mentre il governo è chiamato a fissare la data della consultazione, nel Paese si strutturano i Comitati per il sì e per il no, segnando un confronto destinato a protrarsi fino al voto, atteso con ogni probabilità entro la fine di marzo.
Sul fronte del no, l’Associazione Nazionale Magistrati ha promosso il Comitato a difesa della Costituzione e per il No al referendum, affidando la presidenza onoraria al costituzionalista Enrico Grosso, ordinario all’Università di Torino. Accanto all’Anm si muove anche un ampio fronte della società civile, sostenuto da organizzazioni come Cgil, Acli, Anpi, Arci e Libera. Il Comitato è presieduto da Giovanni Bachelet e vede tra i promotori Rosy Bindi.
Sul versante opposto, quello del sì, il panorama è altrettanto articolato. Tra i soggetti già attivi figura il Comitato Sì Separa promosso dalla Fondazione Luigi Einaudi, presieduto dall’avvocato Gian Domenico Caiazza. C’è poi il Comitato “Sì Riforma”, guidato da Nicolò Zanon, già vicepresidente della Corte costituzionale ed ex componente del Csm, e il Comitato per il Sì al referendum sulla separazione delle carriere, presieduto dal leader dell’Unione delle Camere penali Francesco Petrelli. A questi si affianca il Comitato Cittadini per il Sì, presieduto da Francesca Scopelliti, compagna di Enzo Tortora.
Intanto, il 22 dicembre scorso è partita anche la raccolta firme per il referendum, su iniziativa di quindici cittadini, tra cui l’avvocato giuslavorista Carlo Guglielmi. Le adesioni hanno già superato quota 140mila, segno di un’attenzione crescente intorno alla consultazione.
Il 2025 è stato l’anno della riforma della magistratura, segnato da un confronto durissimo tra governo e toghe. Il primo via libera arriva il 16 gennaio 2025 alla Camera dei deputati sul disegno di legge recante le “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”. L’Anm reagisce con una mobilitazione culturale, culminata nello sciopero dei magistrati del 27 febbraio, proclamato «a difesa della Costituzione».
Nei mesi successivi il clima resta incandescente. L’incontro del 5 marzo a Palazzo Chigi tra Anm e governo, alla presenza della premier Giorgia Meloni, non ricuce lo strappo. Il dibattito si intreccia con altri fronti di tensione politica e giudiziaria, dal tema dei migranti al processo Open Arms, fino alle polemiche sulle riforme della giustizia.
L’iter parlamentare procede senza modifiche sostanziali: approvazione al Senato il 22 luglio, terza lettura alla Camera il 18 settembre e via libera definitivo il 30 ottobre a Palazzo Madama. I pilastri della riforma sono la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, la riforma del Csm con la creazione di due distinti organi di autogoverno e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare. Centrale anche l’introduzione del meccanismo del sorteggio, che la maggioranza indica come strumento per superare il peso delle correnti.
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