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Hamas, il nemico peggiore dei palestinesi oltre le ideologie

Tra retorica militante e semplificazioni comode, Hamas non libera la Palestina: la usa. Senza realismo politico e compromessi, restano solo macerie, fanatici vincenti e due popoli senza futuro.

Hamas, il nemico peggiore dei palestinesi oltre le ideologie

Ragionare senza ideologie è diventato un atto rivoluzionario. Eppure, basta farlo, senza paraocchi e senza tifoserie, per arrivare a una conclusione semplice e scomoda: Hamas non è soltanto un nemico dell’Occidente e di Israele, è prima di tutto il nemico dei palestinesi.

Chi sostiene Hamas, apertamente o per omissione, danneggia anzitutto il popolo che dice di difendere. È una verità che sfugge a molta retorica militante, come dimostra il caso Hannoun e, più in generale, l’“articolessa” di Luca Casarini: furba, abilmente costruita, efficace nel denunciare la deriva colonialista della destra messianica israeliana in una West Bank sempre più Far West; puntuale nel criticare la messa al bando, a Gaza, di organizzazioni umanitarie considerate da Gerusalemme colluse con Hamas, a ragione o a torto.

Ma poi arriva il passaggio chiave, quello che tradisce l’impostazione ideologica: ridurre Hamas a “gruppo terroristico” sarebbe, secondo Casarini, “riduttivo”. Vero, ma non nel senso assolutorio che si vorrebbe suggerire. Hamas è infatti qualcosa di più e di peggio: un’organizzazione politico-militare fondamentalista che ha usato il welfare come strumento di controllo sociale, il bisogno come ricatto, la religione come indottrinamento. Che ha drenato miliardi dal mondo – anche grazie alle ambiguità, se non ai calcoli cinici, di Netanyahu – per costruire la “Gaza di sotto”, lasciando la “Gaza di sopra” nella miseria.

“Si presenta alle elezioni”, si dice. Quando? L’ultimo voto nazionale risale al 2006. Hamas vinse, poi si liberò degli avversari di Fatah gettandoli dalle finestre. Un plastico esempio di “semplificazione democratica”. Da allora, nessuna consultazione vera, nessuna possibilità di alternativa politica, nessuna libertà reale.

E soprattutto, nessun cenno al core business di Hamas: cancellare Israele dalla carta geografica del Medio Oriente. Non la pace, non lo Stato palestinese, non il benessere della popolazione. La distruzione dell’altro come fine ultimo. Tutto il resto è strumentale.

Hamas è ben oltre il terrorismo: ha manipolato e indottrinato generazioni di bambini, instillando odio per i sionisti e culto del martirio, azzerando ogni investimento sul futuro civile, economico e umano dei palestinesi. Per Hamas, prima del bene dei palestinesi viene la distruzione di Israele. E se per arrivarci occorre sacrificare decine di migliaia di civili, nessun problema.

È tragico, ma istruttivo, osservare il valore attribuito alla vita palestinese quando si valutano gli scambi di prigionieri e il costo delle guerre. Per dieci israeliani, Israele libera mille palestinesi. Per mille morti israeliani, Israele è disposto a uccidere centomila palestinesi. E Hamas, specularmente, è prontissimo a farne uccidere centomila pur di colpire mille israeliani. In questo gioco di cinismi incrociati, il palestinese non è mai fine, solo mezzo.

Il torto e la ragione, si dirà, ognuno li assegna come crede. La verità non ha padroni, ma non è neppure un’opinione qualunque. Qui e oggi, senza scomodare Manzoni, una cosa è chiara: senza realismo, senza compromesso, senza una riga tirata su debiti e risentimenti, non c’è speranza.

La politica serve a questo: non a rendere qualcuno moralmente puro, ma a far sì che i gatti acchiappino i topi. Tutti un po’ scontenti, si porta a casa qualcosa. Uno solo contento, non si porta a casa niente. Due popoli, due Stati, due territori: forse imperfetti, forse ingiusti, ma infinitamente migliori della perfezione ideologica costruita sulle macerie e sui morti.

 

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