Potremo cantare “Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò”, ma senza il “sì” alla fine
Niente appendice emotiva alla fine dell'inno di Mameli.
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Lo stabilisce un decreto del Presidente della Repubblica del 14 marzo 2025 pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 7 maggio No al sì. Niente appendice emotiva alla fine dell’inno di Mameli.
Lo stabilisce addirittura un decreto del Presidente della Repubblica del 14 marzo 2025 pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 7 maggio. Traduzione: ufficiale, definitivo, senza controcanto.
L’ordine arriva dallo Stato Maggiore della Difesa, nero su bianco in un documento del 2 dicembre scorso: durante cerimonie ed eventi militari, quando “Il Canto degli Italiani” è eseguito nella versione cantata, il “sì!” finale non va pronunciato. Punto. Firma del generale Gaetano Lunardo. Diffusione capillare fino all’ultima stazione della Guardia di Finanza. Osservanza “scrupolosa”.
Perché? Le teorie circolano: messaggio subliminale di disarmo? Un modo elegante per dire “tranquilli, non si va in guerra”? Suggestioni. La versione ufficiale è molto più sobria e musicale. Questione di filologia. La legge richiama il testo originale di Mameli e lo spartito di Novaro. E nell’esecuzione “canonica” – quella del 1971 con Mario Del Monaco, oggi sul sito del Quirinale – dopo “Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò” non c’è nessun “sì”. Solo musica. Questione di purismo.
Peccato che la faccenda non sia così lineare. Perché se Mameli il “sì” non lo scrive, Novaro sì. E l’edizione critica del 2019 chiarisce che quel “sì” è un’aggiunta del compositore. Versione che Carlo Azeglio Ciampi aveva fatto sua. Ora no. Niente sì.
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