Il 30 giugno apriranno le Case di comunità.
Le parole del ministro della Salute arrivano poco dopo la notizia dello slittamento del decreto che avrebbe dovuto ridisegnare il ruolo dei medici di base.
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“La scorsa settimana avevamo annunciato che non avremmo emesso un decreto perché sono in corso interlocuzioni con la Regioni e ieri lo abbiamo comunicato anche a loro. Non c’era ancora un testo ma soltanto ipotesi. Ma il nostro obiettivo, condiviso con le Regioni e con il governo, è quello di far sì che al 30 giugno, che è la scadenza imposta dal Pnrr, partano le Case di comunità“. Così il ministro della Salute Orazio Schillaci in un’intervista su Corriere.it fa il punto dopo lo stop al contestato decreto per l riforma della medicina generale.
Le Case di comunità, spiega, “sono un presidio fondamentale per modernizzare la nostra sanità, oltre a essere pronte dal punto di vista infrastrutturale. Su questo siamo in linea con i numeri e con i tempi”. All’interno una figura fondamentale è rappresentata dal medico di famiglia. “Il nostro compito – prosegue il ministro – è quello di trovare un accordo insieme alle regioni con i medici di medicina generale. Per far questo abbiamo un’urgenza, vogliamo rispettare le tempistiche; quindi, rincontreremo ovviamente gli esponenti delle regioni, incontreremo i medici di medicina generale”. Per chiudere una partita così complicata in due settimane, punta sul senso di responsabilità dei professionisti. “Sono un medico, ho fiducia nel senso di responsabilità di tutti i medici che sono legati alla loro professione”.
“A breve – conclude – incontreremo la loro rappresentanza e credo che lavorando insieme con loro e con le Regioni riusciremo a trovare per questa data così importante una prima definizione. Dopodiché, una volta che sono partite, avremo anche più tempo per poter pensare a cambiamenti anche più impattanti”.
Le parole di Schillaci arrivano poco dopo la notizia dello slittamento del decreto che avrebbe dovuto ridisegnare il ruolo dei medici di famiglia, prevedendone una maggiore integrazione nelle Case di comunità e, per una parte di loro, il passaggio al rapporto di dipendenza con il Servizio sanitario nazionale.
La decisione, anticipata nei giorni scorsi e comunicata agli assessori regionali alla Sanità, segna di fatto una battuta d’arresto per un progetto che aveva acceso il confronto tra governo, Regioni e rappresentanze dei medici. Il ministero della Salute assicura però che il percorso di riforma non si interrompe e che resta confermato l’obiettivo di rafforzare l’assistenza sul territorio, portando i medici di medicina generale sempre più al centro delle Case di comunità.
La prima Casa della salute nasce nel 2004 in Emilia, e diventa un modello da imitare, istituzionalizzato con una legge del 2022 del governo Draghi.
Le Case di Comunità sono diventate la più importante delle riforme sanitarie previste dall’Europa in attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). La prima versione del Recovery Plan ipotizzava di costruirne oltre 1.700, poi sono state ridimensionate a poco più di mille. Il monitoraggio più accurato sullo stato dell’arte – risale al 31 dicembre ed è di Agenas – parla di 781 strutture attive, ma di sole 66 completamente operative, ovvero con tutti i servizi e la presenza medica prevista dal citato decreto del 2022.
Le strutture con almeno un servizio attivo al 31 dicembre erano quasi tutte nelle grandi Regioni, del Nord e del Centro: 150 in Lombardia, 143 in Emilia-Romagna, 96 in Lazio, 79 in Toscana, 64 in Veneto. In coda l’Abruzzo, la Calabria e il Molise con due strutture a testa. Ebbene, nel frattempo le Regioni hanno iniziato a correre per spendere i soldi a disposizione (il solo Pnrr stanzia ben due miliardi) entro la fine di agosto, ma nel frattempo è arrivato lo stop alla riforma dei medici di famiglia.
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