Veti e divieti. Conte vuole le primarie, gelo Schlein
Il capo M5s stringe il perimetro del Campo largo: fuori i centristi. E propone l’assicurazione europea per i disoccupati. La segretaria dem concreta: “La Meloni ormai è senza visione. Come arriveranno a fine legislatura? Facciamoci trovare pronti"
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Divisi alla meta. Giuseppe Conte vede le elezioni ancora lontane. Tiene fuori i centristi dal perimetro delle alleanze e dà appuntamento a Elly Schlein per le primarie. “Se vincesse lei, noi la sosterremo”. “Tenetevi pronti”, dice invece ai suoi la segretaria dem, convinta che si può andare a votare in qualsiasi momento. Schlein di primarie non parla più: i suoi l’hanno convinta che è meglio andare alle urne e contarsi lì, alla maniera del centrodestra. “Ma questo è un automatismo che non ci appartiene”, la avverte Conte.
I due leader del centrosinistra parlano quasi in contemporanea alle rispettive platee. Al Tempio di Adriano, a pochi passi da Montecitorio, Giuseppe Conte presenta “La nuova primavera”, autobiografia politica che è in gran parte il ricordo del tempo in cui sedeva a Palazzo Chigi, ma anche un viatico per tornarci. La sala è divisa a metà: da una parte giornalisti d’area e affini, dall’altra lo staff dei tempi in cui era al governo. Un saluto affettuoso all’ex presidente di Confindustria Carlo Bonomi, l’abbraccio della compagna, Olivia Paladino, la stretta di mano a funzionari e dirigenti che il 13 febbraio del 2021 lo salutarono col fazzoletto in mano. Cadeva il governo giallorosso, arrivava Mario Draghi. Comprensibile che Conte ce l’abbia ancora con Matteo Renzi. Nel libro racconta della volta in cui il leader di Italia viva lo chiamò al telefono per annunciargli che se ne andava dal Pd. “Presidente, ma di cosa ti preoccupi? Continueremo a sostenere il tuo governo, resteremo in maggioranza. Anzi siamo qui per rafforzarti”. E Conte pensò “alla celebre esortazione “stai sereno” che aveva rivolto a Enrico Letta”. Fu facile profeta.
Oggi Conte disegna un primo giro di alleanze, di cui Italia viva non fa parte. “Noi, il Pd e Avs diamo vita a un formato iniziale, ma non perché siamo esclusivisti, ma perché abbiamo fatto tante battaglie in comune. Partiamo da qui e poi vediamo chi altro vorrà riconoscersi”. Il primo passo sarà stilare un programma condiviso, da portare al tavolo della coalizione “entro l’estate o appena dopo”. Su quella base poi costruire il percorso per la scelta del leader che Conte vede nelle primarie, anche se ci tiene a sembrare disinteressato. “Io le ho proposte perché ne parlavano tutti”, dice. “Dopo di che è chiaro che se vincerà Schlein, noi la sosterremo”. Può sembrare scontato, ma non lo era.
Cambio di location. Settecento metri più in là, a Largo del Nazareno, Schlein sta parlando ai membri della direzione dem. Nei conciliaboli della vigilia, il correntone di Montepulciano – la vasta area formata da seguaci di Franceschini, di Bersani, di Orlando ed ex lettiani – l’ha convinta a tenere fuori le primarie dal discorso. “Portano rogne, è una discussione da ceto politico. E poi facciamo il gioco di Conte”. La segretaria ascolta il consiglio. Il verbo nuovo nel partito è tenere le primarie direttamente nelle urne: la legge elettorale non cambierà, e quindi con Conte si farà un accordo sui collegi. Chi prende un voto in più è il candidato premier. Alla maniera del centrodestra. “La Meloni ormai è senza visione. Come arriveranno a fine legislatura? Facciamoci trovare pronti. Non sappiamo la data del voto”, dice la leader dem.
Conte invece è convinto di avere più tempo. “Meloni è stata chiara, vogliono arrivare a fine legislatura”, dice. E allora disegna una road map più riposata. Con Nova 2 farà una campagna di ascolto dei territori, durerà due mesi. Quindi ci sarà il confronto sul programma con gli alleati. Infine le primarie. Non accetta che siano le urne a decidere il leader. “E’ un metodo che non ci appartiene. Il centrodestra lo adotta perché hanno alleanze collaudate. Ma per noi questa è la prima volta che ci alleiamo con il Pd. E io voglio che il programma di governo sia scritto nero su bianco”.
In comune Schlein e Conte hanno l’avversione per papi stranieri e federatori, soggetti terzi che potrebbero sbucare fuori all’ultimo. “Si facciano avanti e vedremo”, li snobba il leader M5s. Ma l’accordo sul programma è possibile? Entrambi ci credono. Conte questa volta smussa anche le divergenze sull’Ucraina. “Noi abbiamo anche votato gli aiuti all’epoca del governo Draghi e non è vero che siamo antimilitaristi. A Draghi chiedevamo un tavolo negoziale”.
“La Nuova primavera” è possibile, anche se Schlein e Conte non potrebbero essere più diversi. Movimentista lei, più ondivago lui: all’inizio vicino alla Dc – “seguivo il cardinale Silvestrini, votai su indicazione di De Mita” – per poi spostarsi su altri lidi – “ho votato anche partito radicale”. Infine, oggi progressista più che di sinistra. “La sinistra spesso non è stata progressista. L’intervista di Berlinguer del 1981 sulla questione morale metteva in guardia i partiti, non devono diventare apparati di potere”. Piuttosto si chiede: “Dov’è finita la destra sociale? Meloni l’ha abbandonata in favore del grande capitale, banche ed armi”. E Grillo? E’ il passato. Il suo movimento ha “dismesso da tempo il ‘vaffa’”. Uno vale uno è un principio democratico. Ma quando svolgi un incarico pubblico valgono competenza e capacità”.
In sala ascoltano attenti anche esponenti vicini al centrodestra. “Non ci posso credere…”, sgrana gli occhi Paola Taverna quando vede Emilio Carelli, giornalista ed ex parlamentare M5s, in epoca Draghi ha sbattuto la porta per fondare un partito centrista più vicino alla destra. Ci sono anche Fabrizio Salini, già amministratore delegato Rai fino al luglio del 2021 e il direttore dell’approfondimento Rai Paolo Corsini, vicino a Fratelli d’Italia. Conte può tornare a Palazzo Chigi, ma deve accettare il rischio che ci vada Schlein? “Conte è stato chiaro: prima ci confrontiamo sui temi, e poi se c’è l’accordo sul programma si rispetta chi vince”, dice all’Huffpost Virginia Raggi. Oggi l’ex sindaca di Roma è all’opposizione di Gualtieri. Vale lo stesso in Campidoglio? Raggi non risponde. Una curiosità, nel programma abbozzato nel libro, il reddito di cittadinanza non viene riproposto. Al suo posto c’è invece “l’assicurazione europea per i disoccupati”.
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