Meloni furiosa dopo il voto: maggioranza nel mirino
La premier accusa gli alleati dopo il flop sulle preferenze e lascia aperta l'ipotesi di elezioni anticipate.
«Non mi faccio impallinare così». Cala la sera su Palazzo Chigi ed è l’ora della collera di Giorgia Meloni. Inviperita con leghisti e azzurri (e pure con qualcuno dei suoi, anzi qualcuna, le deputate erano le più scontente per il nuovo meccanismo, che le penalizzava).
Da giorni la premier temeva il trappolone degli alleati. Non a caso, l’altro ieri, alla vigilia del voto, in una video call d’emergenza con Matteo Salvini e Antonio Tajani, li aveva messi in guardia, con la minaccia più ruvida e detonante possibile: «Ve lo dico chiaramente: se l’emendamento sulle preferenze non passa, si va al voto».
E ora, dunque, tutti alle urne? Calma. Sul fare della notte, la stessa premier invita i suoi alla prudenza, esclude di salire subito al Quirinale, per l’intoppo su un emendamento. Anche se la frustrazione monta. Nelle prossime settimane, si vedrà. È innegabile però che lo scenario non sia più un’ipotesi dell’irrealtà. Un ragionamento, sottotraccia, si sta facendo.
Nel post serale, vergato a ferita sanguinante, Meloni lascia aperto ogni spiraglio. Frasi così, annotate su Facebook: «Ci abbiamo provato, ha vinto di nuovo la palude». Soprattutto, «anche nella maggioranza – scrive Meloni – sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione». Considerazioni decisamente più cariche d’incognite e possibili sviluppi politici di quelle, scontate, contro l’opposizione che chiedendo il voto segreto «non ci ha messo la faccia», come la premier aveva chiesto in via preventiva sempre su Fb, e che all’esito della votazione «ha esultato come se avesse vinto il Mondiale per aver impedito ai cittadini di poter scegliere i parlamentari».
La “riflessione” è già iniziata. Meloni a sera sente i due vice. Mentre nei corridoi del Transatlantico, un paio di ministri, a taccuini rigorosamente chiusi, non si sbilanciano: si vota? «Vediamo». Sibillino il capodelegazione di FdI, Francesco Lollobrigida, che pure, come Bignami e Tajani, sulle prime minimizza sostenendo che si sia trattato di una «cosa puntiforme» non di un dissenso «organizzato», ma aggiunge che se ci saranno conseguenze «lo vedremo quando sarà il momento».
Nella cerchia della premier sono ore frenetiche. Si ragiona su pro e contro del clamoroso strappo. Tra i vantaggi, racconta un meloniano di peso, «c’è il fatto che Vannacci ancora non si è organizzato e che le opposizioni, dopo il referendum, hanno perso quella spinta. Ma è presto».
Intanto è l’ora dei veleni. Dei sospetti. Della caccia al franco tiratore. La premier vorrebbe conoscere i nomi, uno per uno. C’è irritazione, ai piani alti di FdI, per l’assenza di Lorenzo Fontana, che non ha presieduto al momento del voto, sguarnendo i meloniani di Fabio Rampelli, subentrato alla guida della Camera. Ma c’è risentimento pure verso i leghisti del Nord, che non volevano le preferenze, così come per gli azzurri “tendenza Marina”, che Tajani non controlla.
Tossine sul presunto “partito del pareggio”, che vorrebbe tenersi il Rosatellum puntando a una legislatura senza maggioranze politiche. A proposito di franchi tiratori: nella video-call dell’altro ieri, entrambi i vicepremier hanno risposto così alla premier: «Giorgia, noi ci impegniamo ma con il voto segreto è impossibile escluderli».
Un solo voto ha fatto saltare l’emendamento sulle preferenze nella legge elettorale e aperto un nuovo fronte di tensione politica.
Dopo il verdetto dell’aula, sono iniziati i calcoli. Chi ha votato contro? Chi sono i franchi tiratori? Secondo il capogruppo della Lega alla Camera Riccardo Molinari, i voti mancati alla maggioranza sarebbero circa 31. “Nessun franco tiratore c’è stato nella Lega“, ha assicurato, escludendo che i deputati del Carroccio abbiano contribuito alla bocciatura dell’emendamento. Sul possibile coinvolgimento di altri esponenti del centrodestra, Molinari ha spiegato che al momento non ci sarebbero elementi per attribuire responsabilità precise. ‘Mi chiedete di Vannacci? Bisogna sempre vedere se Fn ha votato come ha dichiarato..”, taglia corto Molinari per poi ribadire: ”A quanto ci è dato sapere non ho movito di pensare che ci siano stati franchi tiratori nella Lega, lo escludo”.
Di tutt’altro avviso il centrosinistra. Matteo Ricci, europarlamentare del Partito democratico, punta il dito contro alcuni deputati di Fratelli d’Italia: “La maggioranza è andata sotto, e per la prima volta i deputati di FdI non seguono gli ordini di Giorgia Meloni. Con quell’emendamento FI e Lega avrebbe eletto solo i capilista bloccati. I franchi tiratori sono di FdI, terrorizzati dalle preferenze”. Secondo Ricci, i franchi tiratori sarebbero tra i parlamentari contrari all’introduzione delle preferenze, considerate un rischio per gli equilibri interni ai partiti.
Nel mirino anche il contenuto dell’emendamento. “Con l’emendamento c’erano i capilista bloccati, quindi i partiti piccoli avrebbero eletto solo loro mentre i partiti grandi, come FdI e PD, avrebbero eletto anche con le preferenze. – spiega – Questo significa che, mentre le opposizioni hanno votato contro perché ritenevamo che l’emendamento non rispondesse davvero al tema della preferenze, essendo un bluff per pochi seggi, i veri franchi tiratori si sono rivelati quelli FdI che temono le preferenze e non Forza Italia e Lega, tranquillizzati invece dal meccanismo dei capilista che avrebbero gestito anche senza preferenze. Mi pare un dato politico che aggrava ulteriormente la tenuta e la credibilità della maggioranza e del principale partito di destra”.
Dal centrodestra, Forza Italia respinge le accuse. Il presidente dei deputati azzurri Enrico Costa ha escluso responsabilità interne al partito: “Non cercate tra di noi“, dichiara, ribadendo che il gruppo sarebbe stato compatto e presente al momento del voto. “Al momento il testo è quello uscito dalla Commissione e quindi non c’è nessun impedimento strutturale per non proseguire, per non andare avanti. Il presidente Fontana ha ribadito questo: che dal punto di vista della struttura del provvedimento non ci sono impedimenti ad andare avanti. Le opposizioni hanno chiesto, come loro diritto, di sospendere. Ma noi riteniamo di andare avanti. Proseguiamo e vediamo”. Si parla di una quarantina di franchi tiratori? “Noi siamo stati presentissimi e solidissimi nel voto. Sicuramente non cercate fra di noi”, conclude Costa.
Altre Notizie della sezione
Non è certo un buon momento per il centrosinistra.
14 Luglio 2026Dopo il flop di Napoli e le polemiche scaturite dalle parole di Giuseppe Conte sull’inesistenza di una minaccia russa, i leader di Pd, M5S e Avs tentano di rimettere insieme i cocci e non commettere altri passi falsi.
Ora il Campo largo pensa alla “ritirata”, ma Conte rincara la dose sulla Russia
13 Luglio 2026Ipotesi rinvio dell’evento di Padova, il leader M5S: «La Russia non ci minaccia». Ira di Calenda, Picierno, Magi e degli Europeisti.
Le cose rosse. Sigle e volti di una sinistra che spaventa il campo largo
10 Luglio 2026La contestazione a Napoli di Potere al Popolo inquieta il Pd. Nella sinistra extraparlamentare c'è una galassia di movimenti che potrebbe drenare voti decisivi. Da Di Battista a D'Orsi, da Democrazia sovrana e popolare a Rifondazione. Con la nuova legge elettorale voluta da Meloni, potrebbero rivelarsi un bel problema.
