Anno: XXVIII - Numero 195    
Giovedì 15 Ottobre 2026 ore 13:30
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La coalizione che non c'è. Il collasso del campo largo sull'Ucraina

I partiti del campo largo divisi alla meta della politica estera.

La coalizione che non c'è. Il collasso del campo largo sull'Ucraina

Al Senato le opposizioni presentano quattro risoluzioni diverse e in contraddizione tra loro. Il centrodestra prova a spaccarle, ma il non voto evita la resa dei conti. A Montecitorio il regolamento cambia e i riformisti potrebbero sfilarsi. Renzi avverte: “Senza i voti di tutti non si vince”

Al Senato Pd, M5s, Avs e Italia viva vanno in ordine sparso, dopo le comunicazioni della premier Giorgia Meloni sul Consiglio europeo del fine settimana. Ogni partito di opposizione si presenta con una sua risoluzione. E a salvarli, almeno formalmente, è il regolamento del Senato, che non prevede il voto delle risoluzioni di minoranza dopo il via libera a quella di maggioranza.

In apertura di seduta è la stessa Meloni, in un intervento per il resto più garbato del solito, a mettere il dito nella piaga, sottolineando le divergenze del centrosinistra. “Non vorrei entrare in una dinamica che mi pare già abbastanza complessa di suo, lasciamo che l’opposizione componga una sua posizione”, dice la premier a proposito del modo in cui i partiti del campo largo affrontano il nodo Kiev.

In effetti tra la risoluzione del Pd e quella del M5s c’è una differenza di sostanza. I Cinque Stelle citano il deliberato di Nova, l’assemblea di iscritti e militanti. E sostengono che il sostegno militare a Kiev “allontana la pace”. Per i dem, invece, va garantito al’Ucraina “ogni forma di sostegno” che consenta una difesa militare efficace.

“La differenza c’è, ed è innegabile e non direi che da parte nostra c’è un ammorbidimento”, dice al termine delle votazioni il capogruppo M5s al Senato Luca Pirondini, smentendo che sul punto ci sia un avvicinamento. Il non voto almeno a Palazzo Madama fa restare le differenze solo sulla carta.

Per questo motivo, il centrodestra presenta in extremis una seconda risoluzione con la quale tenta di dividere il già diviso fronte delle opposizioni. Il testo della maggioranza sottolinea il valore della tregua energetica tra Kiev e Mosca, contrattata da Donald Trump con Putin. È un testo fatto per attrarre i Cinque stelle, facendo leva sulla posizione più morbida verso la Russia del partito di Giuseppe Conte. Il Pd e Italia viva protestano, chiedendo al presidente Ignazio La Russa di non consentire la presentazione di un secondo testo. Le richieste vengono respinte. Tra le opposizioni parte un fitto scambio sul modo in cui votare. Per un momento si teme che i Cinque stelle si sfilino. “Stiamo riflettendo”, dice Stefano Patuanelli, interpellato in Transatlantico. Alla fine passa la linea del non voto: la risoluzione passa coi soli voti di maggioranza, 108 voti a favore, uno contrario e due astensioni. Per una volta il campo largo tiene.

Resta da vedere se terrà anche alla Camera, dove il regolamento consente di votare i documenti di minoranza e anche per parti separate. Il timore è che dal fronte dei centristi e dei riformisti dem si palesino voti in dissenso dal resto delle opposizioni.

Matteo Renzi lo esclude. Nel suo intervento a Palazzo Madama il leader di Italia viva paragona Meloni all’avvocato protagonista di una celebre gag di Gigi Proietti. “Quando c’è un problema, una cosa che non funziona, come l’avvocato di Proietti Meloni dà la colpa agli altri”, dice l’ex premier. “Se avesse fatto il discorso di oggi ad Atreju nel 2022, sarebbe stato tecnicamente perfetto. Ma lei in questi quattro anni ha fallito alla prova del cambiamento dell’Europa ed è stata invece aiutata dall’Europa nei momenti gravi”.

Meloni a parte, parlando coi giornalisti in Transatlantico, Renzi non nasconde i problemi del campo largo. “Devono decidere Conte e Schlein se fare le primarie. Io non sono sicuro che si faranno…”, confida. Schlein è determinata a tenerle. “Giuseppe Conte all’ultimo momento potrebbe ripensarci”.  In ogni caso, dice l’ex rottamatore, lui non ha problemi. E dà ampie garanzie, come le ha chiamate Conte. “Non faccio il ministro, sono pronto con le liste al massimo tra un mese ma posso sempre ritirarle se mi viene chiesto. Sono disponibile a incontrare Onorato, Ruffini, Gabrielli e chiunque vogliano. Dico solo che servono i voti di tutti, perché è una favola che non si raggiungerà il 42 per cento che dà diritto al premio di maggioranza. Lo raggiungeranno entrambi gli schieramenti e vincerà che ha un voto in più”.

La tenuta del centrosinistra sarà testata nei prossimi passaggi parlamentari. A cominciare da Montecitorio dove in serata si votano le risoluzioni su Kiev. I riformisti non hanno apprezzato l’impostazione dei Cinque Stelle e oggi potrebbero dare un segnale. Giuseppe Conte e Elly Schlein si giocheranno in aula la prima uscita della campagna per le primarie.

Di Alfonso Raimo su Huffpost

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