Hanno tutti paura del pareggio perché poi tocca fare politica
Il premio di maggioranza, anche se abnorme, significa consentire a Meloni (o a Schlein) di comandare senza scocciature, senza l’incomodo di dialogare, trattare, raggiungere compromessi. Che è l’arte di gestire la cosa pubblica
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Scongiurare il pareggio è diventato un chiodo fisso di Giorgia Meloni che insiste per cancellare l’X dalla schedina della politica lasciando soltanto l’1 e il 2: si tratti della destra o della sinistra, l’importante è che qualcuno vinca (e che il vincitore governi per cinque anni). Di qui la riforma proposta dai seguaci della premier che prevede un “premio” a chi arriva primo: in pratica, per restare nella metafora pallonara, dopo 90 minuti inconcludenti si passerebbe direttamente ai calci di rigore perché la roulette dal dischetto è sempre meglio del nulla di fatto. Pareggio, dunque, presentato come peggior risultato possibile, come autentica disgrazia che incombe sulla Repubblica. Ma davvero ne corriamo il rischio?
Consultati gli esperti della materia, ecco la risposta al quesito: il sistema attuale non favorisce il pari, semmai aiuta a vincere grazie alla quota maggioritaria. Il vantaggio, quando c’è, viene amplificato. Prova ne sia che nelle scorse elezioni il centrodestra s’impose con 237 seggi su 400 alla Camera (115 su 200 al Senato) pur avendo ottenuto il 44 per cento dei voti: segno che i più forti vengono avvantaggiati dalla legge attuale. Si potrebbe obiettare: già, ma nel 2022 la sinistra andò divisa e per questo venne sconfitta; alle prossime elezioni invece si presenterà unita, cosicché il duello sarà alla pari e un pareggio non potrà essere escluso…
Ragionando in astratto, tutto è possibile. Il destino potrebbe riservarci scherzi beffardi, tipo uno schieramento che vince alla Camera però non al Senato, e viceversa: roba da mangiarsi le mani. Per quanto possa sembrare assurdo, la sciagura è già capitata nel 2013 al centrosinistra guidato da Pierluigi Bersani. Ma si tratta di un’eventualità che – va detto chiaro – nemmeno la riforma Meloni riuscirebbe a neutralizzare; per impedire voti diversi nelle due Camere bisognerebbe segare alla radice il bicameralismo perfetto come proponeva Matteo Renzi (ma al referendum costituzionale del 2016 venne bocciato per spocchia e l’occasione andò perduta); finché si voterà tanto per la Camera quanto per il Senato, un esito difforme sarà sempre tecnicamente possibile, il pareggio pure. Idem nel caso in cui si formassero tre poli anziché i due attuali e nessuno degli schieramenti arrivasse al 35 per cento come accadde del 2018: perfino col “Meloncellum” ci sarebbe parità e sarebbe un casino.
Dov’è allora che il “premio” potrebbe fare la differenza? Per esempio nell’ipotesi in cui Carlo Calenda e Roberto Vannacci riuscissero a superare entrambi lo sbarramento del 3 per cento e, ramazzando un gruzzolo di eletti, impedissero tanto a destra quanto a sinistra di conquistare la maggioranza assoluta. Oppure (altra eventualità da considerare) qualora i due schieramenti fossero talmente appaiati e vicini tra loro da ridurre il vantaggio del vincitore a una manciata di seggi nel nuovo Parlamento: che equivarrebbe a una vittoria di Pirro. Qui viene in mente il calvario di Romano Prodi che nel 2006 si ritrovò a governare con soli 7 voti di vantaggio a Palazzo Madama per cui finì com’era inevitabile, cioè male. Ecco, in entrambe le situazioni appena citate il “Meloncellum” garantirebbe quella maggioranza parlamentare che il vincitore non è riuscito a conquistare sul campo, cioè nel Paese. Il premio è concepito per questo.
Ricapitolando: l’attuale sistema di voto (“Rosatellum”) non spinge al pareggio, semmai il contrario; prova ne sia che, dopo avere fatto un po’ di conti in base ai sondaggi, nel Campo largo sono fiduciosi di vincere e di governare anche con la legge vigente. Magari si sbagliano, ma fino a prova contraria fanno il loro interesse e cambiare non gli conviene. Secondo dato di fatto: un pareggio potrebbe arrivare comunque, perfino con la riforma che Meloni vorrebbe, quale conseguenza del bicameralismo perfetto o di una moltiplicazione dei poli. In entrambi i casi nulla ci salverebbe da nuove elezioni o da un Mario Draghi, tanto per capirsi. Il pallino tornerebbe in mano al presidente della Repubblica perfino col marchingegno proposto dai Fratelli d’Italia.
La vera finalità del premio non è evitare il pareggio. L’obiettivo vero è puntellare una vittoria sul filo di lana, conquistata per un pelo. Mira a trasformare una minoranza del Paese nella maggioranza del Parlamento e a darle pieni poteri. Serve a governare senza patemi, senza stress, senza farsi concavi e convessi (come si lamentava il Cav buonanima), senza convincere il Calenda o il Vannacci di turno, senza inseguire le mattane degli alleati, senza subirne minacce e ricatti, senza dover promettere e magari mantenere le promesse. Un tempo era diverso. Alle debolezze dei numeri si ovviava con l’arte della politica, del dialogo, del compromesso; ma quel tempo è passato. Per i leader che ci ritroviamo il compromesso equivale a “inciucio”, il dialogo a tradimento degli elettori; cosicché Giorgia e Elly, Matteo e Giuseppi in un pareggio si sentirebbero spersi, pesci fuor d’acqua, non saprebbero da dove incominciare. Il premio di maggioranza per loro è un salvagente, la polizza vita.
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