Dentro le correnti antisioniste dell'ebraismo
Due libri ricostruiscono un ebraismo che, contrariamente a quanto si tende a pensare, non coincide con il sionismo, e la pluralità di significati che quest'ultimo rischia oggi di perdere, diventando una parola maledetta.
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È ormai da tempo che “sionismo” è diventata una parola maledetta, un concetto demonizzante, sempre più spesso usato come variante di fascismo. Tanto più che il governo israeliano ha finito per utilizzarlo come arma ideologica, oltre a praticare, come tutti sappiamo, quelle vere e proprie.
Non è un fenomeno confinato ai settori tradizionalmente ostili a Israele. Persino negli Stati Uniti, dove il sostegno a quella esperienza è stato storicamente assai forte, e tra gli stessi ebrei americani, si assiste a una riscoperta delle correnti antisioniste dell’ebraismo. Ne è un esempio il recente libro di Benjamin Moser, giornalista cinquantenne e premio Pulitzer per la biografia di Susan Sontag, forse uno degli ultimi rappresentanti di quella nobile tradizione che fu l’intellettualità ebraica di sinistra newyorkese: Anti-Zionism. A Jewish History (Doubleday, 32 euro). E per novembre è annunciata un’antologia del pensiero antisionista ebraico, Jewish Anti-Zionism. A Historical Anthology, curata da Shaul Magid e Zev Mishell (Princeton University Press, 35 euro).
La storia raccontata da Moser comincia in modo quasi autobiografico. Da ragazzo scopre il sionismo in un polveroso volume del nonno: un testo di Theodor Herzl, il fondatore del movimento, che legge con entusiasmo. Poi, molti anni dopo, torna su quelle pagine e vi trova qualcosa di assai più inquietante. Non era ancora arrivata Gaza, eppure, alla luce della storia successiva, Moser comincia a comprendere che i critici ebrei di Herzl qualche ragione l’avevano.
Da qui prende avvio la sua ricostruzione di un ebraismo che, contrariamente a quanto oggi si tende a pensare, non è affatto coinciso con il sionismo. Ci sono i rabbini e i teologi, avversari del sionismo per ragioni eminentemente religiose: secondo l’interpretazione ultraortodossa, l’idea che gli ebrei potessero e dovessero costruire autonomamente uno Stato-nazione pareva addirittura blasfema. Ma troviamo anche gli antisionisti laici: intellettuali, liberali, democratici, socialisti, comunisti, o semplicemente uomini e donne per i quali l’ebraismo non era tanto una religione quanto una cultura, internazionale, forse la prima grande cultura cosmopolita dell’Occidente moderno, la cui forza risiedeva proprio nel rifiuto dell’idea di patria e di nazione.
È qui che si apre una distinzione oggi quasi dimenticata. L’antisionismo ebraico possedeva infatti un’anima religiosa, spesso apertamente reazionaria, ma anche una politica e intellettuale progressista. Quest’ultima contestava il sionismo perché lo considerava una forma di nazionalismo e, per di più, modellato non sull’idea francese, della nazione intesa come comunità di cittadini, ma su quella tedesca, della comunità nazionale concepita come fondata sul sangue e sulla terra e, nel sionismo, naturalmente, anche sulla religione.
Ma la vicenda è ancora più complessa, perché spesseggiava pure un sionismo progressista, e persino socialista. È forse questo il capitolo più difficile da spiegare oggi, quando in Israele la sinistra politica è ridotta ai margini e la società, salvo minoranze, si è spostata verso posizioni schiettamente reazionarie. Per un giovane di oggi, anche israeliano, è quasi impossibile immaginare che, non molti decenni fa, socialismo ed ebraismo, così come socialismo e sionismo, potessero essere realtà quasi sovrapponibili.
Non parlo soltanto dei primi decenni dello Stato di Israele, costruito e governato dai socialisti, quando il modello economico era di stampo laburista e socialdemocratico (mentre oggi Israele è la quintessenza del capitalismo). Parlo soprattutto di ciò che venne prima.
Una parte considerevole dei fondatori del socialismo e del comunismo era infatti di origine ebraica, anche se spesso quegli stessi uomini avevano reciso ogni legame con la propria identità religiosa e, se continuarono a essere considerati ebrei fu, non di rado, perché gli antisemiti si incaricarono di ricordarglielo: e gli antisemiti erano, naturalmente, tutti antisocialisti e anticomunisti.
E poi c’era, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio degli anni Venti del secolo scorso, il Bund, il grande movimento socialista ebraico dell’Europa orientale (il nome ufficiale era Unione generale dei lavoratori ebrei della Lituania, Polonia e Russia) con le sue organizzazioni e le sue correnti. Per il Bund la questione nazionale avrebbe dovuto essere risolta in una direzione assai diversa da quella dello Stato-nazione. L’eventuale Stato ebraico, infatti, doveva essere quasi uno Stato non-Stato, destinato a superare le identità etniche, nazionali e religiose: un po’ come Mosca sarebbe diventata, almeno nel mito comunista, la capitale di un mondo oltre le nazioni: non a caso molti bundisti, una volta sciolta la organizzazione nel 1921, aderirono ai vari partiti comunisti. È a questa storia che guarda il libro di Molly Crabapple, uscito qualche mese fa, Here Where We Live Is Our Country. The Story of the Jewish Labour Bund (One World, 30 euro). Nemmeno il Bund, però, fu un blocco monolitico. La maggioranza era antisionista, per ragioni di internazionalismo proletario; non riteneva necessario, né tantomeno desiderabile, costruire uno Stato ebraico. Ma esisteva anche una minoranza sionista, che concepiva il sionismo in termini assai diversi da quelli di Herzl e, a maggior ragione, da quelli dell’attuale ideologia dello Stato di Israele.
È questa pluralità di significati che la parola sionismo rischia oggi di perdere. Perché la parabola è, in fondo, paradossale. Una parte della destra religiosa e ultraortodossa israeliana, che alle origini era stata antisionista proprio per ragioni religiose, è oggi tra le componenti più radicali del sionismo politico. E così una parola che un tempo poteva indicare correnti socialiste, laiche e persino antinazionaliste, è finita per essere identificata quasi esclusivamente con lo Stato di Israele e con le sue politiche autoritarie e ormai apertamente autocratiche.
Moser, nella sua polemica contro il sionismo, tende forse a essere troppo indulgente verso il suo versante religioso, che fu invece profondamente reazionario, ma il problema che pone è destinato a diventare sempre più difficile da eludere. Dopo Gaza, chi ricorderà infatti che è esistito anche un altro sionismo? Un sionismo laico, socialista, internazionalista, nato in un mondo ebraico nel quale il rapporto tra religione, nazione e identità era assai più complesso di quanto oggi si immagini.
Il rischio, anzi la certezza, è che “sionismo”, da parola con una storia lunga, contraddittoria e plurale, sia ormai finita per diventare semplicemente un sinonimo di “fascismo”.
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