Anno: XXVIII - Numero 189    
Martedì 6 Ottobre 2026 ore 13:30
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Campo largo, la lotta per il timone continua

Schlein rivendica la guida, Conte invoca le primarie, Renzi sfida il M5S e apre ai riformisti di Forza Italia: il campo largo si spacca prima di nascere.E ora anche Calenda detta i suoi cinque paletti.

Campo largo, la lotta per il timone continua

l campo largo non è ancora nato, ma la guerra per il comando è già cominciata. Elly Schlein rivendica per il Pd il diritto a guidare la futura coalizione. Giuseppe Conte pretende che siano gli elettori a scegliere attraverso le primarie. Matteo Renzi, dalla Leopolda, non si limita a chiedere un posto al tavolo: prova a costruirne uno nuovo, con una propria Casa Riformista. E Carlo Calenda, da fuori, prepara il suo polo liberaldemocratico. Sullo sfondo, Antonio Tajani apre le porte di Forza Italia ai moderati e ai riformisti.

Tre, anzi quattro, partite si intrecciano così nel centro della politica italiana. E il paradosso è evidente: mentre il centrosinistra dovrebbe preparare la sfida al governo Meloni, passa il tempo a stabilire chi dovrà guidare la macchina, quali saranno le alleanze e soprattutto dove finiranno i riformisti.

Renzi ha scelto la Leopolda per mettere sul tavolo le proprie condizioni. Tre paletti netti: «Mai più Salvini al Viminale, mai più Giorgetti in Consiglio dei ministri» e nessuna collocazione «dalla parte di Donald Trump». Ma soprattutto un metodo: basta garanzie personali, servono regole politiche. Da qui la proposta di un «contratto alla tedesca», con obiettivi, responsabilità e impegni vincolanti per tutti.

E proprio qui arriva la stoccata a Conte. Quando il leader M5S chiede a Schlein di farsi garante della presenza di Italia Viva nella coalizione, Renzi risponde con la battuta del tostapane: «Se vuoi una garanzia, comprati un tostapane». Il messaggio è chiarissimo: Renzi non vuole essere ammesso al campo largo come ospite tollerato. Vuole entrarci con un peso politico riconosciuto.

Ma la vera sorpresa della chiusura della Leopolda arriva quando Renzi sposta il mirino fuori dal centrosinistra. L’appello è rivolto direttamente ai riformisti di Forza Italia: «Lasciate il partito e venite con noi, non potete stare con chi nega l’Europa». Una chiamata esplicita ai centristi e ai moderati azzurri, accompagnata dalla promessa: «Le porte sono aperte».

È un passaggio politicamente pesante. Renzi non sta più soltanto cercando di portare i riformisti dentro il campo largo: sta cercando di portarli via dal campo largo di centrodestra. La Casa Riformista diventa così il tentativo di costruire un’area autonoma, capace di pescare nel Pd, in Italia Viva, nei centristi e persino dentro Forza Italia.

Tajani reagisce immediatamente e raccoglie la sfida. «Il centro è uno solo: Forza Italia», replica il leader azzurro, rivendicando il partito come «casa dei moderati» e forza italiana del Partito popolare europeo. Ma soprattutto lascia una porta spalancata: «Se credete nel riformismo, nella libertà, nel garantismo, nell’Europa e nell’Occidente, la vostra casa non può che essere Forza Italia».

È ormai una gara aperta per lo stesso elettorato. Renzi dice ai riformisti azzurri: venite con noi. Tajani risponde: la vostra casa è Forza Italia.

E in mezzo c’è Carlo Calenda, che da mesi prova a costruire una terza strada. Il leader di Azione non vuole il campo largo così com’è e insiste su un’identità liberaldemocratica, europeista e nettamente atlantica. La sua piattaforma programmatica mette cinque punti sul tavolo: abolizione del diritto di veto europeo, sostegno all’Ucraina, riarmo europeo, politica energetica pragmatica e ritorno a Industria 4.0.

Calenda aggiunge poi un sesto elemento che fa da cornice agli altri: un’offerta politica indipendente dai due poli. L’obiettivo è costruire un’area europeista e liberal-democratica, distinta tanto dalla destra sovranista quanto dal campo largo a trazione Pd-M5S.

Il problema, per Renzi, è che Calenda occupa esattamente lo spazio politico che la Casa Riformista vorrebbe conquistare. Due leader, due progetti, un elettorato potenzialmente sovrapponibile. E una rivalità che rischia di dividere proprio quei voti centristi che entrambi considerano decisivi.

Intanto, dentro il campo largo, la guerra continua.

Conte non arretra. La sua risposta a Renzi non è personale ma politica. Il leader del M5S insiste sulla necessità di cambiare radicalmente impostazione rispetto al governo Meloni, soprattutto sulla politica estera. «Non possiamo batterci per un governo progressista continuando a fare la stessa politica estera di Giorgia Meloni», avverte.

Quando gli chiedono della Leopolda, Conte liquida la questione con un sarcastico «Non mi hanno invitato». Ma dietro la battuta c’è il nodo politico vero: per Conte il campo largo non può essere una semplice sommatoria di sigle e voti. Deve avere un’identità e una linea politica riconoscibile.

Ed è qui che il duello Renzi-Conte diventa più pericoloso. Renzi propone un accordo sulle regole e sul programma. Conte pretende una discontinuità politica, soprattutto su guerra, Ucraina, armi e politica internazionale.

Nel frattempo Schlein gioca la propria partita. Alla Direzione del Pd rivendica il peso del partito: «Uno non vale uno. In tutte le elezioni siamo il doppio degli altri». Per la segretaria dem il consenso del Pd deve tradursi in leadership.

Conte replica utilizzando proprio il vecchio slogan del Movimento: «Per me uno vale uno significa che contano i cittadini». La frattura è servita. Per Schlein il risultato elettorale legittima la guida del Pd. Per Conte il risultato non può trasformarsi automaticamente nella candidatura alla premiership.

A questo punto le primarie diventano il campo di battaglia. Schlein mette sul tavolo il peso del Pd; Conte risponde che, se non c’è accordo sulla leadership, la strada sono le primarie.

Ma se davvero si arrivasse ai gazebo, la sfida rischierebbe di diventare una guerra a tre. Perché Renzi ha già fatto capire che, in caso di primarie, Italia Viva presenterà un proprio candidato. Non più soltanto Schlein contro Conte, dunque, ma tre anime diverse dello stesso schieramento.

E qui emerge la contraddizione più clamorosa.

Da una parte il campo largo cerca di allargarsi per battere Meloni. Dall’altra, i suoi principali protagonisti continuano a combattersi per il controllo del centro, del programma e della candidatura alla premiership.

Renzi vuole il centro riformista. Calenda vuole il centro liberaldemocratico. Tajani rivendica il centro moderato di Forza Italia. Schlein vuole il Pd alla guida dell’alternativa. Conte vuole impedire che il Pd trasformi il proprio peso in egemonia.

Cinque punti di Calenda, una Casa Riformista di Renzi, un centro azzurro rivendicato da Tajani. Il risultato è una vera guerra di conquista del voto moderato e riformista.

La Leopolda, da questo punto di vista, non è stata soltanto una convention. È diventata una dichiarazione di guerra politica. Renzi prima cerca di tenere insieme il campo largo, poi chiede garanzie a Conte e infine si rivolge direttamente agli azzurri: lasciate Forza Italia e venite con noi.

Tajani gli risponde da destra: il centro siamo noi.

Calenda risponde da fuori: il centro liberaldemocratico siamo noi.

E Schlein e Conte continuano a contendersi il timone del centrosinistra.

Il campo largo rischia così di trasformarsi in un campo di battaglia molto più largo del previsto.

Tutti dicono di voler battere Meloni. Ma prima devono decidere chi prende i voti dei riformisti, chi rappresenta il centro e soprattutto chi impugna il timone.

Il centrosinistra non è ancora arrivato alla sfida con il centrodestra.

Prima deve vincere la propria guerra.

Quella per il timone.

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