Anno: XXVIII - Numero 189    
Martedì 6 Ottobre 2026 ore 13:30
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Il campo largo esiste solo nelle fotografie

Sondaggio Only Numbers: per il 60% degli elettori il Campo Largo non esiste, scettico un Dem su due.

Il campo largo esiste solo nelle fotografie

Un elettore del Pd su due è scettico sulla coalizione di centrosinistra che si sta faticosamente formando in vista delle elezioni. e il 37% dei grillini la considera una formazione “poco coesa”, mentre un terzo dei “seguaci” di Giuseppe Conte non si esprime, segno di una zona grigia ampia, che attende di capire chi sarà il leader anti-meloni

Il Campo Largo non è ancora una coalizione. È, almeno per ora, una fotografia che prova disperatamente a sembrare una squadra. I leader si mettono in fila, sorridono, si stringono la mano e raccontano l’unità. Poi arrivano gli elettori e rovinano la scenografia: il 60,5% degli intervistati, secondo il sondaggio Only Numbers per Porta a Porta, non vede una coalizione unita e coesa. E la parte più scomoda del dato è che non arriva soltanto dagli avversari: il dubbio serpeggia dentro lo stesso centrosinistra.

Tra gli elettori del Partito democratico uno su due, il 50,4%, non riconosce quella compattezza che la classe dirigente del Campo Largo continua a rappresentare come un fatto acquisito. Nel Movimento 5 Stelle il 37,1% condivide la stessa diagnosi, mentre un altro 33,3% non si esprime. Tradotto dalla lingua dei sondaggi a quella della politica: una parte enorme dell’elettorato sta ancora alla finestra e aspetta di capire se davanti abbia una coalizione vera o l’ennesimo cartello elettorale destinato a sfaldarsi alla prima scelta difficile. Solo tra gli elettori di Alleanza Verdi e Sinistra prevale, con il 46,2%, la convinzione che il Campo Largo sia compatto.

È questo il dato che la politica dovrebbe guardare in faccia senza cercare scorciatoie. Perché la coesione non si annuncia, non si fotografa e non si decreta. Si dimostra. E si dimostra quando arrivano i problemi veri: chi entra, chi resta fuori, chi comanda, su cosa si governa, quali sono i confini invalicabili e chi decide quando le diverse anime della coalizione smettono di pensarla allo stesso modo.

Il caso Renzi è il primo esame e, per ora, è già un esame complicato. Il 45,5% degli intervistati è favorevole all’ingresso di Matteo Renzi nella coalizione, ma tra gli elettori del Movimento 5 Stelle il 58% è nettamente contrario. In Avs il giudizio è spaccato esattamente a metà, con il 41% favorevole e il 41% contrario. Non è una questione secondaria e non è soltanto una disputa sui nomi. È il problema del perimetro politico del Campo Largo, cioè della sua identità.

Renzi rappresenta una cultura politica riformista e centrista che non coincide automaticamente con quella delle altre componenti dell’alleanza. Se questa distanza è considerata insuperabile, bisogna dirlo. Se invece può essere ricomposta, bisogna spiegare come. Quello che non può funzionare è la politica del «vedremo», del «mai dire mai», del «parliamone» permanente. Perché un’alleanza che non riesce a decidere neppure chi può stare al tavolo difficilmente può chiedere agli elettori di credere che sarà capace di governare un Paese.

E poi c’è l’aritmetica, che in politica non è tutto ma qualche volta ha il pessimo vizio di essere più testarda della propaganda. Italia Viva rappresenta pochi punti percentuali, ma in una competizione elettorale quei voti hanno un peso. Rinunciarvi può essere una scelta politica legittima, ma deve essere una scelta consapevole, motivata, non il risultato di un riflesso identitario. Allo stesso modo, includere Renzi non può significare mettere una toppa elettorale sopra una coalizione che non ha ancora chiarito che cosa vuole essere.

Perché il rischio è evidente: allargare il Campo Largo senza costruire contemporaneamente una piattaforma comune può trasformare l’alleanza larga nell’alleanza indistinta. E una coalizione indistinta è esattamente ciò che gli elettori sembrano non riconoscere come credibile.

Le difficoltà, peraltro, non sono soltanto tra i partiti. Sono anche dentro il Pd. La discussione di Base Riformista, con il richiamo al sostegno all’Ucraina e alla possibilità di presentare un proprio candidato alle primarie, racconta una realtà che i sorrisi dei vertici non possono cancellare: anche nel principale partito della coalizione la partita sulla linea politica e sulla leadership è tutt’altro che chiusa.

E allora forse sarebbe il momento di smettere di chiamare «sintesi» ciò che spesso è soltanto rinvio. Il Campo Largo deve decidere. Deve dire che cosa vuole fare, chi vuole coinvolgere e con quali regole intende governare le proprie differenze. Non servono cento pagine di programma, ma pochi punti sui quali assumere impegni riconoscibili: politica estera, Europa, fisco, lavoro, welfare, diritti. E serve una regola fondamentale: quando non si è d’accordo, bisogna stabilire prima come si decide.

Lo stesso vale per la leadership. Le primarie possono essere uno strumento di legittimazione oppure l’ennesimo campo di battaglia. Dipende dalle regole e dalla lealtà con cui verrà accettato il risultato. Continuare a rinviare la questione non la farà scomparire. La renderà soltanto più esplosiva quando arriverà il momento di affrontarla.

E Matteo Renzi? Anche qui basta con le ambiguità. Dentro o fuori. Con quali condizioni, se dentro; per quali ragioni, se fuori. La via di mezzo permanente è politicamente la più comoda per i dirigenti e probabilmente la più incomprensibile per gli elettori. Perché alimenta esattamente ciò che il sondaggio sta segnalando: l’impressione di una coalizione che discute continuamente dei propri confini senza aver ancora stabilito con precisione dove vuole andare.

Il 60,5% che non vede coesione non è una sentenza sul futuro del Campo Largo. È qualcosa di più utile: un avvertimento sul presente. Gli elettori stanno dicendo che le fotografie non bastano, che le dichiarazioni di unità non bastano, che il semplice desiderio di battere l’avversario non basta.

Per vincere la sfida della credibilità politica, prima ancora di qualsiasi altra competizione, il Campo Largo deve dimostrare di saper fare ciò che finora appare più difficile: scegliere.

Perché stare insieme quando tutto è facile non dimostra nulla. La vera coalizione si vede quando bisogna decidere chi entra, chi resta fuori, quale linea seguire e chi ha l’ultima parola. Ed è proprio lì che, oggi, il Campo Largo sembra ancora avere più domande che risposte.

 

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