Rischio ritorsioni dopo il referendum
Cresce il timore tra gli avvocati che hanno votato Sì.
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Dopo la vittoria del “no” scoppia la polemica: D’Attis lancia l’allarme, magistrati e penalisti minimizzano. Il caso del giudice Agnino accende lo scontro
Si accende il dibattito politico e istituzionale all’indomani del referendum sulla giustizia. Al centro dello scontro le dichiarazioni del deputato e segretario regionale pugliese di Forza Italia Mauro D’Attis, che ha sollevato il tema di possibili ripercussioni sugli avvocati che hanno sostenuto il “sì”.
“Noi accettiamo con rammarico, ma anche con serenità la volontà dei cittadini”, afferma D’Attis, sottolineando però una preoccupazione diffusa. “Mi auguro che il post referendum sia gestito con equilibrio, soprattutto all’interno del sistema giustizia. Tanti avvocati che hanno partecipato alla campagna per il sì sono molto preoccupati per eventuali ripercussioni”.
Parole che trovano una risposta netta da parte della magistratura. La presidente della giunta distrettuale dell’Anm di Bari Antonella Cafagna respinge ogni ipotesi di tensioni o ritorsioni.
“Io penso che sia una prospettiva che assolutamente non deve essere alimentata”, dichiara. “La magistratura ha dimostrato equilibrio durante tutto il dibattito referendario. Non cambierà nulla a partire da domani, né la dialettica nei tribunali”.
Cafagna ribadisce il ruolo della magistratura: “Abbiamo a cuore il funzionamento della giustizia e continueremo a operare con equità e terzietà. Questo timore deve essere assolutamente allontanato”.
Sulla stessa linea anche il penalista barese Michele Laforgia, sostenitore del “no”, che definisce le preoccupazioni “una paura infondata, un po’ ridicola”, escludendo qualsiasi cambiamento nei rapporti tra avvocati e magistrati.
Duro invece l’intervento del deputato del Partito Democratico Claudio Stefanazzi, che critica apertamente D’Attis: “È impossibile non essere sorpresi dalle sue parole. Evocare possibili ripercussioni significa immaginare una sorta di vendetta postuma da parte dei magistrati”.
Il caso Agnino e la richiesta di intervento
A infiammare ulteriormente il clima è il caso sollevato da un post pubblicato dal giudice di Cassazione Francesco Agnino, in passato in servizio a Bari. Come riportato da la Repubblica Bari, il magistrato ha rivolto parole durissime nei confronti di avvocati e colleghi favorevoli al “sì”, invitandoli ad “abbandonare la toga” e definendo alcuni atti “imbarazzanti”.
Un intervento che ha scatenato reazioni immediate. L’avvocato Antonello Talerico, già presidente dell’Ordine forense di Catanzaro e consigliere nazionale, ha chiesto al ministro della Giustizia Carlo Nordio di avviare un procedimento disciplinare.
Nella segnalazione si parla di “condotta gravemente lesiva della dignità istituzionale” e di una violazione dei doveri di imparzialità e riserbo, con la richiesta di trasmettere gli atti alla Procura generale presso la Cassazione.
La vicenda si inserisce in un contesto già acceso, segnato dalle tensioni della campagna referendaria. Se da un lato la magistratura invita a smorzare i toni e rassicura sulla tenuta del sistema, dall’altro il dibattito politico resta acceso, tra accuse e timori.
Il confronto tra politica, magistratura e avvocatura, dunque, non si esaurisce con il voto, ma continua a segnare il post referendum, in attesa di capire se le polemiche si tradurranno in ulteriori sviluppi istituzionali.
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