Anno: XXVIII - Numero 54    
Lunedì 16 Marzo 2026 ore 13:00
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Riforma forense: serve un mastro distillatore

Tra selfie istituzionali e riforme frammentate, l’avvocatura chiede rettificazione: separare interessi, conflitti e propaganda dal cuore della giustizia.

Riforma forense: serve un mastro distillatore

Il 13 marzo si è tenuta in Roma l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2026 del Consiglio Nazionale Forense.

La Collega Giulia Merlo, nella sua rubrica sul Domani, ne ha dato notizia cosi:

“Si è svolta oggi, 13 marzo, l’inaugurazione a Roma dell’anno giudiziario del Cnf, cui il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato un messaggio: «L’amministrazione della giustizia vede nel diritto di difesa, in cui l’avvocatura è protagonista, un principio essenziale del nostro sistema costituzionale, a tutela della dignità, della libertà e dell’autonomia di ogni persona».

Il presidente del Cnf, Francesco Greco, ha chiesto di «accelerare il percorso di approvazione della riforma forense», e «passato il referendum non attenderemo più un solo giorno. Non siamo più disposti a vedere mortificato il nostro ruolo». Poi è tornato a chiedere «l’abrogazione della “trattazione scritta” come forma ordinaria di trattazione del processo, che ci ha allontanato dai palazzi di giustizia e non consente alle parti che vogliono assistere alla trattazione del loro processo, ove si argomenta dei loro diritti, di avere contezza di come la causa si svolge, di come il giudice esamina e conosce i fascicoli di causa».

Quanto al referendum, il presidente ha precisato che il Consiglio nazionale forense, «nel rispetto del ruolo istituzionale, devo dirlo, a differenza del Csm e dei presidenti delle corti di appello, ha scelto di non prendere posizione, lasciando liberi i consiglieri di esprimersi a titolo personale», ma ha rivolto un appello agli avvocati: farsi «portatori, presso i nostri assistiti e i nostri conoscenti, dell’illustrazione tecnica del contenuto della riforma referendaria», affinché ciascuno possa decidere «senza i condizionamenti, le simpatie e le ideologie della politica».

A margine Greco, che si è personalmente schierato per il Sì, ha detto che «questo non è un referendum contro la magistratura: se fosse contro la magistratura noi avvocati saremmo nettamente contrari», «è una riforma che invece libera il giudice dalla pressione che viene fatta dall’ufficio del pubblico ministero che sottomette l’avvocatura rispetto alle altre due parti del processo. È una riforma di libertà».

All’evento hanno preso parte anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio (con la capa di gabinetto Giusi Bartolozzi, cui è stato tributato anche un applauso) e il vicepresidente del Csm, Fabio Pinelli.

Nordio ha difeso anche in questa sede la sua riforma, in particolare per quanto riguarda il sorteggio: «Sarà un sorteggio nell’ambito di un canestro di magistrati», e per l’Alta Corte «saranno sorteggiati tra magistrati con almeno vent’anni di esperienza e varie valutazioni. Quindi per definizione tutti bravissimi, preparatissimi e diligentissimi. Non c’è quindi il pericolo che questo sorteggio venga a determinare un’assoluta incompetenza o peggio ancora un’indegnità di chi deve giudicare». Il ministro ha poi ripetuto quanto detto anche all’evento di FdI a Milano, negando che «noi vorremmo quasi umiliare, ed è un’offesa anche alla mia persona essendo io entrato in magistratura nel 1976, nel tempo più buio dello Stato, ed essendo stato il primo in lista quando trovavano nei covi delle Brigate rosse i nomi dei magistrati da uccidere nel Veneto perché come giudice istruttore, diciamo così, ero il capocolonna giudiziario delle Brigate rosse, avevo tutte le inchieste sulle Br ed ero il primo in lista. Dovessi tornare indietro, lo rifarei».

Pinelli ha sottolineato nel suo intervento che «i difensori, pur fisiologicamente critici – nel corso del processo – nei confronti dei provvedimenti giudiziari, devono arginare il dileggio e la delegittimazione della giurisdizione, funzione fondamentale per la democrazia, della quale sono insostituibili coprotagonisti; allo stesso modo, la magistratura deve prendere intransigente posizione critica nei confronti dei linciaggi mediatici cui talvolta vengono sottoposti i difensori».

La frase ha un riferimento chiaro, poi esplicitato: «Queste battaglie di civiltà condotte ovunque vi sia un accusato e il suo diritto a un giusto processo e a una giusta pena. Anche quando l’incolpato sia, per accidente, proprio un magistrato. L’avvocatura non può essere mai partecipe di una narrazione banalizzante ed errata che riconosca il virtuoso o cattivo funzionamento della giustizia misurando la percentuale delle condanne, ogni volta che qualcuno affidi il maggiore o minore apprezzamento del giudice al medievale parametro della esemplarità della pena. Tutto questo vale anche – non può non valere anche – per la giustizia disciplinare, sulla cui natura pienamente giurisdizionale è già intervenuta molti anni addietro la Corte costituzionale». Un riferimento indiretto ma netto, questo, al dibattito referendario sul funzionamento della sezione disciplinare del Csm.”

Andrea Pontecorvo, Delegato congressuale del Foro di Roma, ha completato il quadro cosi: “Ieri, all’inaugurazione dell’anno giudiziario forense, il Primo Presidente della Corte di cassazione ha invitato l’Avvocatura a «valutare, con un ampio dibattito di base, se la sua prospettata legge professionale risponda pienamente a una visione culturale moderna e orientata alla coesione sociale e al rispetto tra le professioni forensi e la cittadinanza». È esattamente il terreno sul quale, da giugno 2025, ho cercato di riportare la riforma: fuori dai tavoli chiusi e sotto lo sguardo dell’Avvocatura, chiedendo che se ne discutessero contenuti e metodo in Congresso, documentando passaggi e forzature, contestando con atti e documenti la favola della “riforma condivisa”.

Le parole del Presidente Pasquale D’Ascola, lungi dal rappresentare una gentilezza d’occasione, riconoscono che una legge professionale che pretende di ridisegnare l’ordinamento forense ha bisogno di un vero dibattito di base, di una legittimazione che non si esaurisce nell’ufficio di presidenza di un ente. E oggi i fatti parlano da soli: tutto ciò che avrebbe dovuto essere affrontato prima nel luogo naturale del confronto – il Congresso di Torino – è esploso dopo, in Commissione Giustizia, con un iter fermo per una marea di emendamenti trasversali che mettono in discussione l’impianto complessivo, dai mandati al sistema elettorale, dai poteri del CNF alla trasparenza e all’accesso alla professione.

Voglio evidenziare il punto politico. Alla cerimonia del Consiglio Nazionale Forense ho visto un riflesso quasi unanime: foto dal Parco della Musica, video, selfie, didascalie compiaciute. Quasi nessuno ha sentito il dovere di dire ai colleghi che cosa davvero è emerso, quale messaggio si porta a casa da quella giornata, se un messaggio è stato colto dai presenti. Si è preferito raccontare il palco, omettendo il contenuto; esibire la presenza senza, come al solito, assumere una posizione.

Da ieri non è più credibile dire “va tutto bene, è una riforma condivisa”. Prima lo affermavo e lo provavo da solo; oggi c’è il sigillo che mancava. Lasciare che la nostra legge professionale venga scritta altrove, nonostante i moniti – anche – della Cassazione, significa tradire il mandato ricevuto dai colleghi e accettare consapevolmente che altri decidano al posto nostro. Ancora una volta provo a rompere il silenzio: o qualcuno se ne assume finalmente il peso politico, oppure altri completeranno il lavoro al posto nostro.”

E infatti come scrive la Redazione di Ipsoa il 13 marzo 2026: “Un ampio fronte di ordini professionali ha inviato una lettera ai relatori del disegno di legge di riforma dell’ordinamento forense (AC 2629) per esprimere preoccupazione sulle possibili ricadute della riforma sul sistema delle professioni. In particolare, viene evidenziato il rischio che alcune disposizioni del testo, relative alla consulenza legale e all’assistenza connessa all’attività giurisdizionale, possano determinare una riserva esclusiva a favore degli avvocati, con possibili sovrapposizioni e conflitti con le competenze di altre professioni ordinistiche. I firmatari chiedono quindi al Parlamento un intervento chiarificatore nel prosieguo dell’iter legislativo, al fine di garantire un assetto normativo equilibrato e prevenire contenziosi tra categorie professionali.

Un ampio gruppo di Consigli nazionali degli ordini professionali ha indirizzato una lettera ai relatori del disegno di legge di riforma dell’ordinamento forense (AC 2629) per esprimere preoccupazione in merito ad alcune disposizioni contenute nel testo attualmente all’esame parlamentare. In particolare, l’attenzione è rivolta alle norme che rafforzano la riserva relativa all’attività di assistenza, rappresentanza e difesa davanti agli organi giurisdizionali e che introducono il riconoscimento di una competenza esclusiva sulla consulenza legale.

Secondo i firmatari della lettera, tali previsioni potrebbero incidere in modo significativo sull’attuale ripartizione delle competenze tra le diverse professioni ordinistiche, modificando l’equilibrio esistente tra le attività professionali svolte da categorie differenti. Il documento evidenzia come alcune disposizioni del disegno di legge possano attribuire per legge un vantaggio competitivo a una sola categoria professionale, con possibili effetti anche sulla sostenibilità delle casse previdenziali delle altre professioni che attualmente svolgono attività di consulenza in ambiti giuridici specifici.

Nel testo viene inoltre sottolineato che la consulenza legale, allo stato attuale, rappresenta un’attività non riservata per legge a una specifica professione regolamentata. Proprio per questo motivo i firmatari manifestano perplessità rispetto al ritiro degli emendamenti che erano stati presentati per chiarire la portata della riserva attribuita agli avvocati ed evitare possibili conflitti tra ordini professionali.

Secondo i rappresentanti delle professioni, un chiarimento normativo sarebbe necessario per prevenire interpretazioni contrastanti e possibili contenziosi. La lettera evidenzia infatti il rischio che le attuali formulazioni del disegno di legge possano generare contrapposizioni tra categorie professionali e determinare incertezze applicative nel mercato dei servizi professionali.

Alla luce di tali considerazioni, gli ordini firmatari chiedono al Parlamento di valutare un intervento correttivo nel prosieguo dell’iter legislativo, al fine di chiarire definitivamente la portata delle disposizioni sulla consulenza legale e garantire un quadro normativo coerente. L’obiettivo dichiarato è evitare fratture nel sistema ordinistico e scongiurare il rischio di contenziosi che potrebbero derivare da una disciplina non sufficientemente coordinata tra le diverse professioni regolamentate.”

Luigi Berliri su Mondoprofessionisti del 13 marzo 2026 lo interpreta così:

“Quando le riforme arrivano a pezzi, il rischio è sempre lo stesso: perdere la visione d’insieme. È ciò che sta accadendo nel dibattito sulla revisione degli ordinamenti professionali, dove l’accelerazione parlamentare su singole categorie – avvocati, commercialisti, professioni sanitarie – rischia di produrre un mosaico normativo disordinato e potenzialmente conflittuale.

Il punto non è frenare il cambiamento. Le professioni italiane hanno bisogno di aggiornare regole, competenze e modelli organizzativi. Ma il metodo conta quanto il merito. Intervenire su singoli ordinamenti senza un quadro complessivo significa esporre il sistema a sovrapposizioni di funzioni, contenziosi tra categorie e tensioni istituzionali tra ordini professionali.

Il primo segnale è già sotto gli occhi di tutti: il confronto sulla consulenza legale, diventato terreno di contrapposizione tra diverse professioni. È il tipico effetto di una legislazione frammentata, dove ogni categoria difende il proprio perimetro invece di contribuire a un assetto più chiaro e moderno delle competenze.

Per questo il Parlamento dovrebbe evitare scorciatoie. Le riforme delle professioni toccano equilibri delicati: organizzazione degli ordini, confini delle attività, sostenibilità delle casse previdenziali. Materie che richiedono tempo, confronto e soprattutto coordinamento normativo.

Se l’obiettivo è rafforzare il sistema delle professioni, la strada non può essere quella delle riforme isolate. Serve una visione unitaria capace di evitare conflitti tra categorie e garantire regole chiare per tutti. Diversamente, il rischio è trasformare una riforma necessaria nell’ennesimo terreno di scontro tra professioni.”

L’intero intervento del Presidente di Cassazione, Pasquale D’Ascola, su Radio radicale al minuto 1:00:35.

Come a dire non bastano i selfie a disegnare la rotta in ogni processo normativo.

Come nel processo di distillazione della grappa, non può essere trascurato il momento della “rettificazione” e cioè della separazione della testa e della coda dal cuore del distillato, altrimenti il prodotto finale risulta imbevibile.

Nelle vinacce da distillare sono, infatti, presenti altre componenti volatili (otre a due mila aromi) che durante il riscaldamento evaporano e vengono trasferite nel distillato. Alcune di queste sostanze sono sgradevoli, e quindi indesiderate, ed andranno eliminate. Fortunatamente, le varie sostanze volatili che si trovano nelle vinacce evaporano a temperature diverse. Quindi, controllando meticolosamente il processo di distillazione, sarà possibile eliminare le componenti indesiderate mantenendo invece tutte le sostanze di qualità.

I vapori alcolici prodotti dal riscaldamento della vinaccia vengono successivamente concentrati, raffreddati e portati allo stato liquido, dando origine al distillato. In questa seconda fase il distillato viene distinto in tre parti a seconda delle sue componenti e della sua qualità: la testa, il cuore e la coda.

Questo processo di separazione dei prodotti intermedi della distillazione viene chiamato rettificazione, e ha come obiettivo la “purificazione” del distillato dalle sostanze volatili indesiderate.

Traduzione: anche nella riforma dell’ordinamento forense serviva e serve il mastro distillatore.

Come ben sa il Presidente Pasquale D’Ascola nella riforma dell’ordinamento forense è stato inserito il terzo mandato, che l’avvocatura non ha mai voluto o auspicato in linea con la giurisprudenza, ormai consolidata, della Corte di Cassazione la quale  da ultimo, con la sentenza n. 1662 del 23 gennaio 2025, ha confermato il divieto del terzo mandato consecutivo per i componenti dei Consigli dell’Ordine degli Avvocati (COA), confermando che la norma (Legge 113/2017) si applica anche in caso di dimissioni anticipate durante il secondo mandato. La regola mira a garantire l’alternanza e impedire “rendite di posizione”.

Che sia per questo che i vertici della avvocatura si sono schierati per il sì al referendum?

A pensar male si fa peccato, come diceva Andreotti, ma spesso si indovina!

La politica, sia quella nazionale che quella forense, dovrebbe piuttosto occuparsi del calo degli aspiranti professionisti, ben evidenziato oggi alla pag. 10 del Sole 24Ore dove la professione dell’avvocato registra una variazione percentuale per il periodo 2023 – 2019 del -56,3% e rispetto al periodo 2024 – 2019 del -53,5% con una ricaduta molto negativa sulla sostenibilità di Cassa Forense.

 

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