Minori in carcere, sconfitta dell’educazione
I penalisti contestano Nordio: detenuti in aumento del 52%, servono educazione e reinserimento.
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Più celle, meno educazione: l’errore di trasformare la giustizia minorile in un sistema custodiale. La nota della Giunta e degli Osservatori Carcere e Giustizia minorile
Di fronte al crescente sentimento di preoccupazione generale sui fatti di cronaca che vedono coinvolti minorenni, destano stupore le parole del Ministro Nordio che propone, quale soluzione della complessa problematica in esame, l’ampliamento degli Istituti Penali per i Minorenni ed addirittura la realizzazione di nuove sezioni detentive per giovani all’interno delle carceri per adulti, rimarcando così che la risposta dell’attuale Governo è di nuovo il ricorso alla detenzione.
I fenomeni di disagio giovanile e devianza minorile dovrebbero essere affrontati con riflessioni scientificamente adeguate e, soprattutto, con risposte serie finalizzate al superamento del problema e non alla ghettizzazione di coloro che commettono reati in un’età in cui i soggetti non sono, per definizione scientifica, maturi e completamente sviluppati anche e soprattutto a livello cognitivo. Tale aspetto è poi amplificato dalla società complessa e problematica in cui i giovani oggi vivono.
Eppure, i numeri raccontano una storia diversa. I minori detenuti negli IPM sono passati da 397 alla fine del 2022 a oltre 581 nel 2026, con un incremento del 52% in poco più di due anni. Nello stesso periodo gli istituti hanno raggiunto livelli di sovraffollamento allarmanti (Firenze 178,6%, Milano Beccaria 150%, Bologna 142,5%).
Si tratta di una condizione che è soprattutto il risultato di precise scelte legislative che hanno ampliato il ricorso alla custodia cautelare e ridotto gli spazi destinati agli interventi educativi alternativi.
La crescita del numero dei minori ristretti, alla luce dei recenti fatti di cronaca, è la chiara dimostrazione che il fenomeno in esame non può essere superato e fermato attraverso il ricorso alla detenzione di massa.
Preoccupante è poi la proposta di collocare i minori all’interno di strutture penitenziarie destinate agli adulti, sia pure in sezioni separate.
Un’esperienza già conosciuta alla Dozza di Bologna, incompatibile con la cultura della giustizia minorile costruita in decenni di elaborazione giuridica attorno all’educazione, alla responsabilizzazione e al reinserimento sociale.
La giustizia minorile non nasce con finalità puramente punitive, nasce per rieducare e talvolta educare il minore affinché un errore commesso nell’adolescenza non si tramuti in uno stigma per la vita.
Si può solo ribadire che la funzione rieducativa della pena del minore può realizzarsi in modo esaustivo soltanto attraverso investimenti nella scuola, nella formazione professionale, nei servizi sociali, nella cura della salute mentale, nell’ampliamento ed il rafforzamento delle comunità educative, nel sostegno alle famiglie e nella giustizia riparativa. Non certo attraverso la creazione di nuove celle.
Il tema non può essere dove collocare i minori ma cosa lo Stato deve fare per impedire fenomeni di devianza diffusa.
Quando il carcere diventa la risposta privilegiata alle fragilità sociali, lo Stato rinuncia alla propria funzione educativa.
La sicurezza non si misura dal numero delle sbarre che costruiamo, si misura dal numero di ragazzi sottratti a contesti potenzialmente negativi e dalla capacità di educare i giovani alla comprensione dell’importanza del rispetto del patto sociale su cui si basa la civile e democratica convivenza di una Nazione.
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