«L’Anm mi contesta un’opinione. Proprio come fanno le caste...»
Le toghe piemontesi attaccano Mattia Feltri per il “Buongiorno” sul caso Esposito. Lui: «Quella nota dimostra che la magistratura si considera intoccabile»
Dalle nostre parti succede che qualche giornalista, pochi, scriva che ciò che fanno i magistrati non è sempre perfetto. E succede anche che i magistrati si risentano, o peggio. Alcune volte parte la querela e si va per tribunali. In altri casi magari può bastare un appunto. O una notarella ad personam, come quella che sabato scorso ha raggiunto Mattia Feltri dalla sezione piemontese dell’Anm.
Il fatto è questo: il giornalista, direttore di “HuffPost”, la scorsa settimana aveva commentato nel suo “Buongiorno”, per ben due volte, il caso di Stefano Esposito, in merito al quale la Cassazione ha appena confermato la sentenza disciplinare con la quale il Csm ha punito due magistrati per l’uso di intercettazioni illecite. Feltri si sofferma sulla «grave violazione di legge» messa in luce dai giudici e aggiunge che la magistratura è «l’unica vera intoccabile casta italiana». Ma per l’Anm tale affermazione, che sarebbe anche «ostinata», finirebbe per alimentare «una narrazione strumentalmente orientata a gettare discredito sull’ordine giudiziario», quando poi il caso Esposito e le sanzioni comminate dimostrerebbero l’esatto contrario.
«Non è il fatto in sé a farmi effetto – spiega Feltri contattato dal Dubbio –. A suo tempo fu Francesco Saverio Borrelli a indirizzarmi una nota personale. E con gli altri colleghi del Foglio abbiamo collezionato oltre cento querele dal Pool di Mani Pulite. Ci ho fatto il callo. Ma ora si prende di mira un’opinione, la mia, e la si definisce strumentale a gettare discredito sulla magistratura. Quindi non mi si contesta soltanto un punto di vista, e già non è elegantissimo che una categoria così potente si raduni tutta in un comunicato per ridire su un’opinione, ma la si definisce losca, disonesta. Non si discute l’idea, la si infanga».
Insomma, ciò che a Feltri non va giù è che la sua opinione sia considerata indegna del dibattito pubblico. Ma il dibattito si alimenta lo stesso e infatti, dice, «la magistratura ha degli aspetti che la rendono una casta, perché non la si può toccare. E quel comunicato lo dimostra una volta di più». In ballo ci sono il diritto di cronaca e il rispetto della presunzione di innocenza, fatta spesso a pezzi dal processo mediatico. O della «gogna incontrollata», come scrivono le toghe piemontesi, che lamentano una strumentalizzazione della vicenda «utilizzata per rendere bersaglio i colleghi coinvolti» e «alimentare un senso di sfiducia nelle istituzioni».
Niente di tutto questo, per il diretto interessato, al quale la tutela delle garanzie sta molto molto a cuore. Semmai, il problema sta altrove. «Non contesto le sanzioni: con le regole che ci siamo dati, il Csm e la Cassazione non potevano fare tanto di più. Ma il punto è proprio questo: bisognerebbe poter fare di più. È intollerabile che un senatore della Repubblica venga indagato per sette anni, che la carriera gli venga stroncata, e tutto questo valga una censura e un trasferimento. Nessuno mai, tantomeno la magistratura, riflette che ci sono i diritti di rappresentanza democratica del senatore e i diritti dei rappresentati, gli elettori. Basta un’ipotesi accusatoria e vengono spazzati via. Ho molto rispetto per la magistratura, come per tutte le istituzioni. Ma nessuna istituzione deve sentirsi un contropotere, sennò si trasforma la democrazia in conflitto».
Giova ricordare che Stefano Esposito, all’epoca senatore del Pd, fu indagato e accusato sulla base di intercettazioni prive di autorizzazione. Lo aveva già stabilito la Consulta. E ora la Cassazione ribadisce che l’ufficio inquirente non avrebbe potuto usarle. Di qui le sanzioni: la perdita di anzianità e il trasferimento per l’ex pm di Torino, la censura per il gup. Pene «severe», scrive l’Anm nella sua nota, «pur in presenza di notevoli e complessi profili giuridici de interpretativi della vicenda a monte». Un passaggio che non è passato inosservato al giornalista, il quale legge nella frase appena citata una sorta di presa di distanza dalla decisione delle Sezioni Unite. «Ed è una cosa impressionate – commenta – che sottoporrei a chi ne sa più di me».
Poi c’è il tema relativo ai nomi dei due magistrati, per i quali la Cassazione ha disposto l’omissione. Il che non è un privilegio di classe, fa notare l’Anm. «Ma attiene ad un caso – replica il giornalista – alla cui pubblicità nessuno sin qui aveva obiettato». Insomma, il circo mediatico c’è stato dall’inizio. E non si può issare solo ora «il vessillo della lesa maestà rivendicando l’intangibilità», scrive l’Unione Camere penali italiane nella nota in solidarietà di Feltri. Al quale chiediamo se gli equilibri post referendum ci mettono il loro, in questa polemica. E lui risponde così, citando Tullio Padovani: «Quello che prima avevano di fatto, ora i magistrati lo hanno di diritto».
Di Francesca Spasiano su Il Dubbio
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