L’Anm contro il voto popolare
Dall’assemblea dei magistrati un messaggio politico e divisivo che incrina terzietà e credibilità istituzionale.
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C’è un momento in cui ogni corporazione dovrebbe ricordarsi il proprio limite. Per la magistratura quel limite coincide con la terzietà: applicare la legge, non orientare la politica; giudicare i fatti, non educare gli elettori. Eppure l’ultima assemblea dell’Anm, raccontata da Ermes Antonucci sul Foglio, sembra aver imboccato la direzione opposta, consegnando al Paese l’immagine di un potere che non si percepisce più come parte dell’equilibrio istituzionale, ma come un contropotere militante.
Il passaggio più grave non è nemmeno politico, ma culturale. Definire i voti favorevoli alla riforma come frutto di una “carenza di educazione civica” significa guardare ai cittadini non come titolari della sovranità popolare, ma come scolari da correggere. È una postura paternalistica che ritorna puntuale ogni volta che il corpo elettorale esprime un orientamento sgradito a una certa magistratura associata: se il popolo vota “male”, allora il problema non è il merito della riforma, ma l’ignoranza del popolo stesso.
Nel frattempo, il risultato viene letto come una “bottarella al Governo”, quasi che il referendum non riguardasse principi e assetti istituzionali, ma l’ennesima resa dei conti politica. È qui che si consuma la torsione più pericolosa: un sindacato di magistrati che smette i panni della rappresentanza professionale per assumere quelli dell’opposizione permanente.
Le immagini evocate durante l’assemblea — le “orde di Unni”, le trincee contro il Parlamento, i toni da mobilitazione — raccontano una cultura dello scontro incompatibile con la sobrietà che dovrebbe caratterizzare chi esercita il potere giudiziario. Non è una questione di opinioni personali, che ogni magistrato naturalmente possiede. È una questione di misura, di ruolo, di percezione democratica.
La separazione dei poteri non è un dettaglio tecnico: è il cardine dello Stato di diritto. Il magistrato non può trasformarsi in tribuno politico senza consumare, inevitabilmente, una parte della propria autorevolezza. E quando un’assemblea associativa diventa il luogo in cui si delegittimano i cittadini che chiedono riforme, il danno non colpisce soltanto il governo di turno o una parte politica. Colpisce la fiducia stessa nella giustizia.
Per questo lo spettacolo andato in scena all’Anm non è soltanto inquietante. È profondamente arrogante.
Da Facebook I Martellatori
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