Anno: XXVIII - Numero 169    
Martedì 8 Settembre 2026 ore 13:30
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Il potere che non cambia

Dopo il referendum vinto correnti e spartizioni tornano al centro del sistema giudiziario.

Il potere che non cambia

Il referendum è archiviato, ma la macchina della magistratura non ha certo rallentato. Archiviata la battaglia sulla riforma della giustizia e respinta l’ipotesi del sorteggio per la composizione del Csm, è già iniziata la partita successiva: quella per il rinnovo dell’organo di autogoverno dei giudici. A fine ottobre i magistrati saranno chiamati a scegliere venti componenti togati del Consiglio superiore della magistratura. Una scadenza formalmente elettorale, ma destinata inevitabilmente a incidere sugli equilibri interni della magistratura. Perché attorno al Csm ruotano incarichi, nomine, carriere e rapporti di forza che rendono ogni elezione tutt’altro che irrilevante.

Ed è proprio qui che tornano le domande che il sistema giudiziario italiano non può permettersi di ignorare. Che cosa è realmente cambiato dopo il caso Palamara? Quanto è stato corretto o superato quel sistema di relazioni e appartenenze correntizie che aveva mostrato agli italiani il volto meno edificante dell’autogoverno? E, soprattutto, la bocciatura di una riforma è sufficiente, da sola, a chiudere la discussione sulle degenerazioni che negli anni sono emerse?

L’inchiesta pubblicata da Panorama, con le sue ricostruzioni sulla presunta «spartizione del Csm» e sul cosiddetto «patto delle Procure», ha riacceso il dibattito sulle dinamiche interne alla magistratura. Si tratta di ricostruzioni che, come tali, meritano verifiche e approfondimenti, ma che riportano al centro una questione difficilmente liquidabile: il peso delle correnti nell’organizzazione e nella vita dell’ordine giudiziario.

Le correnti, naturalmente, non sono di per sé un’anomalia. Rappresentano sensibilità culturali e diverse concezioni della giurisdizione, e il pluralismo all’interno della magistratura costituisce un elemento fisiologico di una democrazia. Il problema nasce quando l’appartenenza rischia di prevalere sul merito e quando la competizione culturale lascia spazio a logiche di potere, accordi e spartizioni. È su questo confine, sottile ma decisivo, che si misura la credibilità dell’autogoverno.

Il dibattito coinvolge inevitabilmente anche la politica. Il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle, guidati rispettivamente da Elly Schlein e Giuseppe Conte, hanno contrastato le riforme della giustizia proposte dalla maggioranza, giudicandole potenzialmente dannose per l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Una posizione politica chiara e pienamente legittima, che non può tuttavia essere automaticamente assimilata a un rapporto organico con le correnti della magistratura.

La condivisione di alcune battaglie istituzionali non dimostra, infatti, l’esistenza di un asse politico-giudiziario. Può essere semplicemente il risultato di una comune valutazione sulle riforme proposte dal governo. Al tempo stesso, però, proprio perché la separazione e l’equilibrio tra i poteri rappresentano un principio essenziale dello Stato di diritto, ogni possibile zona di sovrapposizione, influenza o contiguità deve poter essere discussa pubblicamente senza pregiudizi e senza sconti per nessuno.

Sarebbe dunque sbagliato dipingere la magistratura come un blocco politico contrapposto al governo, così come sarebbe ingenuo negare che la storia recente abbia evidenziato problemi reali nel funzionamento del suo sistema di autogoverno. Il punto non è stabilire da quale parte stare, ma comprendere se le regole esistenti siano sufficienti a garantire trasparenza, merito e indipendenza.

Il caso Palamara ha rappresentato, sotto questo profilo, uno spartiacque. Le intercettazioni e le vicende emerse in quegli anni hanno mostrato dinamiche difficili da conciliare con l’immagine ideale di una magistratura completamente estranea alle logiche di appartenenza e di influenza. Da quella crisi sarebbe dovuta nascere una riflessione profonda. Non necessariamente la demolizione del sistema di autogoverno, ma certamente un intervento capace di ridurre il peso delle degenerazioni correntizie e di rafforzare la trasparenza nelle nomine.

La bocciatura referendaria di una determinata riforma non chiude questa discussione. Dire no al sorteggio non significa automaticamente approvare il sistema attuale in ogni suo aspetto. Allo stesso modo, difendere l’autonomia della magistratura non significa rinunciare a chiedere maggiore responsabilità e trasparenza. Autonomia e autoreferenzialità non sono la stessa cosa, così come riformare non significa necessariamente indebolire.

Le elezioni di ottobre per il Csm saranno quindi un appuntamento importante. Non perché debbano trasformarsi nell’ennesima battaglia tra politica e magistratura, ma perché offriranno l’occasione per capire se, dopo gli scandali e le polemiche degli ultimi anni, il sistema abbia davvero iniziato a cambiare.

Le correnti si confronteranno, i magistrati voteranno e il nuovo Csm dovrà dimostrare con i fatti di aver compreso la lezione del passato. È questo il punto decisivo. Non costruire teoremi su alleanze tutte da dimostrare, ma nemmeno archiviare troppo in fretta problemi che sono stati drammaticamente evidenziati.

L’indipendenza della magistratura è un bene fondamentale della democrazia e proprio per questo deve essere protetta anche dalle sue possibili degenerazioni. La sfida non è scegliere tra autonomia e riforma. La vera sfida è rendere l’autonomia sempre più credibile, trasparente e impermeabile alle logiche del potere.

 

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