Diritti e garanzie sono sotto assedio
Disuguaglianze, violenza di genere, immigrazione e carcere al centro dell’Assemblea della corrente progressista, a poche settimane dal voto per il Csm.
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«AreaDG è un gruppo che esce dal recinto delle questioni interne alla magistratura. Nonostante l’impegno per le imminenti elezioni del Csm, si confronta con società civile, attinge da essa e cerca di dare il proprio contributo al dibattito sui diritti ed alla qualità della giurisdizione». Così Graziella Viscomi, presidente della corrente progressista dell’Anm, ha presentato in un comunicato l’iniziativa di sabato 19 settembre a Bologna: l’Assemblea nazionale 2026, dal titolo «Giusto dire qualcosa. Dopo il referendum, dalla magistratura alla giustizia: diritti, persone, carcere, disuguaglianze». Proprio in questa direzione si inserisce il panel «Voci e contributi. Tre esperienze per riportare al centro persone, diritti e fragilità» che vedrà confrontarsi tre voci esterne alla magistratura su altrettanti fronti cruciali: la ricercatrice indipendente Giuditta Creazzo su violenza di genere e prevenzione, l’avvocato del Foro di Torino e presidente dell’Associazione per gli Studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) Lorenzo Trucco su immigrazione e diritti, Roberto Mozzi, già cappellano di San Vittore a Milano, su carcere e pena. Un appuntamento, dunque, si legge ancora nella nota stampa, che arriva in un «momento cruciale» per la magistratura italiana, alla vigilia delle elezioni per il rinnovo del Csm. Ma «AreaDG sceglie di allargare lo sguardo oltre i confini della categoria confrontandosi con la società civile e tentando di contribuire alla riflessione».
Sono allora solo semplici riflessioni o si tratta di un modo per criticare le scelte governative e della maggioranza parlamentare? Sarà un dibattito tecnico o una chiamata alle armi da parte della magistratura più engagé? Domande che in molti si porranno: chi risponderà che si tratta dell’ennesimo straripamento delle “toghe rosse”, chi invece difenderà la scelta perché ogni magistrato è prima un cittadino e la sua imparzialità la si desume dalle motivazioni delle sentenze. Considerazioni che si trasciniamo da sempre. Se, ad esempio, durante la campagna referendaria abbiamo sentito il sottosegretario Alfredo Mantovano invitare a votare Sì pure per «ricondurre» la magistratura dopo le sue «invasioni di campo», con la vittoria del No le toghe riprendono i loro spazi di dibattito, forti del successo del 22 e 23 marzo, nella piena convinzione di una necessaria osmosi tra magistratura e società civile.
Eppure, appunto, c’è chi vede in queste iniziative l’ennesimo esempio di una magistratura che si fa partito politico. Ma il segretario di AreaDg, Giovanni Zaccaro, respinge le accuse: «I magistrati non possano fare politica attiva ma contemporaneamente rivendico il diritto di partecipare al dibattito sui diritti, le garanzie, le istituzioni. Del resto, ogni giorno leggo interviste ed interventi di magistrati che esprimono idee vicine alle posizioni dell’attuale maggioranza e che criticano, con ampio risalto sui media, la gestione della Anm del referendum».
Proprio qualche giorno fa Ginevra Cerrina Feroni, intervistata da La Verità per presentare il suo libro “Il pensiero conforme. Per una critica costituzionale del politicamente corretto” (Rubbettino), ha detto che «ciò che sta succedendo da noi in Italia – ovvero provvedimenti giudiziari che disattendono la legge, creativi essi stessi di nuove norme – supera ogni fisiologia di sistema e mette a rischio le basi dello Stato costituzionale. Altro che giudice bocca della legge come insegnava Montesquieu! Penso, in proposito, ad alcune decisioni in tema di immigrazione sul caso Paesi sicuri, che hanno sistematicamente smantellato le azioni del governo».
Alla vice presidente del Garante per la protezione dei dati personali, per cui «la vera trincea del woke sono i tribunali», replica sempre Zaccaro: «Di certo i magistrati sono soggetti solo alla legge ma, come sanno bene giudici, avvocati e docenti universitari, da decenni la legge non è più solo quella dello Stato. Esiste la Costituzione, esistono le Carte internazionali. Invocare il giudice “bocca della legge” è una chiara scelta politica per cui i giudici devono adeguarsi ai voleri delle maggioranze di turno». Invece, conclude il consigliere alla Corte di appello di Roma, «la rule of law impone il rispetto di un nocciolo duro ed insopprimibile di diritti, garanzie e regole che non possono essere derogate. Lo insegna il pensiero giuridico maturato dopo la tragedia delle dittature del XX secolo. Quanto al woke, penso sia il momento del wake up, della sveglia: in troppe occasioni i diritti e le libertà sono sotto assedio. I veri garantisti dovrebbero stringere un’alleanza per un nuovo umanesimo giuridico».
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