Anno: XX - Numero 134    
Venerdì 19 Luglio 2019 ore 16:00
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Molti avvocati hanno visto l’intervento della Suprema Corte come liberatorio

Lettera sugli ultimi sviluppi di politica forense a Palermo

Molti avvocati hanno visto l’intervento della Suprema Corte come liberatorio

Caro Direttore,

La ringrazio dell’invito a fare una lettera sugli ultimi sviluppi di politica forense a Palermo, ma comprenderà bene che una simile occasione mi costringe, oggi, all’indomani del mio imminente subentro per dimissioni spontanee di due consiglieri ineleggibili, a “tirare le somme”. Mi guardo dal parlare di bollettini di guerra, eppure, al di là della retorica deontologica, vi sono molte ragioni per poterla considerare tale.

Ciò che è stato sempre indefinito sono le parti belligeranti. Ad una prima considerazione, scusandomi della semplicistica schematizzazione, può ipotizzarsi che la guerra sia tra la vecchia governance della professione

ed una nuova classe di avvocati, tendenzialmente più giovane da un punto di vista anagrafico.

Vista così, sembra essere la storia più antica del mondo: il giovane pugile batte quello anziano, e via dicendo.

Ma, in realtà, non è stato questo il caso: non credo (ed almeno spero di no) che nella lotta intestina all’avvocatura vi sia stato un problema generazionale, quanto, piuttosto, un modo diverso di vedere e vivere la professione.

Credo che i germi di antichi ideali, che nei tempi moderni hanno trovato innumerevoli declinazioni in tema di trasparenza, pari opportunità, ricerca della giustizia, distribuzione delle ricchezze (poco meno del 3% degli avvocati fattura l’80% dei guadagni – fonte ilsole24ore) hanno spinto molti sensibili avvocati a volersi dedicare agli organi di governo della professione, sia perché hanno vissuto sulla loro pelle gli effetti nefasti delle decisioni o delle culpae in vigilando tanto degli Ordini locali quanto del CNF, sia perché hanno compreso quanto fosse radicata, ad ogni livello, la sclerotizzazione delle posizioni di potere (per usare le parole della Cassazione nella nota sentenza n. 32781/2018).

Molti avvocati, me per primo, hanno visto l’intervento della Suprema Corte come liberatorio, ed, anzi, hanno deciso di candidarsi solo dopo la pronuncia, nella convinzione che, quanti in essa erano stati indicati come ineleggibili, non si sarebbero candidati. L’ostinazione di questi ultimi, invece, ha, di fatto, falsato il voto, alterando la genuinità del responso elettorale; anche per questa ingiusta ed evitabile distorsione (che pur non subendo censure giuridiche, ne ha sicuramente di morali) sarebbe stata opportuna la loro volontaria astensione.

E non solo questo, v’è il rischio che, in considerazione del loro mandato precario (durato, cioè, fino alle dimissioni o alla rimozione giudiziale), gli ineleggibili non potranno candidarsi neanche nella prossima tornata elettorale, poiché l’ultimo periodo del comma 3 dell’art. 3 L. 113/2017 (quasi a voler perpetuare una persecuzione, poiché questa sarà la prospettiva degli interessati) richiede un iato di almeno quattro anni nella carica, periodo che difetterebbe proprio per la frapposizione di questi mesi di incarico illegittimo.

Cosa accadrà, quindi, tra quasi quattro anni? Che il prossimo Consiglio consentirà a tanti, tantissimi nuovi avvocati di potervi finalmente entrare, dando corso a quello che appare il più sano e condivisibile proposito della normativa, paradossalmente ed ingiustificatamente tacciata d’incostituzionalità: il ricambio dei vertici dell’avvocatura, ricambio che finalmente giungerà alla sua piena attuazione.

Il compito di ogni eletto, adesso, sarà maggiormente consapevole, poiché alla responsabilità dell’incarico sarà intimamente connessa la sua transitorietà, in modo che ogni consigliere possa non solo “riempire ogni inesorabile minuto dando valore ad ognuno dei sessanta secondi” (per citare Kipling), ma anche avere l’animo rivolto al suo stesso ricambio, impegnandosi, a differenza del passato, a ricercare e ad individuare gli avvocati migliori che possano succedergli.  

Vincenzo Sparti

 

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