Ricordare Enzo Tortora serve a sbagliare meno
Tullio Morello, toga del Csm, figlio del giudice che assolse il conduttore: «Auspico una giornata anche per i morti di carcere, detenuti e operatori».
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C’è un magistrato che non vede nella Giornata nazionale dedicata alle vittime degli errori giudiziari un processo alla magistratura. E non è un magistrato qualsiasi: Tullio Morello, consigliere del Csm e figlio di Michele Morello, il giudice che nel 1986 ribaltò una delle più clamorose ingiustizie della storia giudiziaria italiana: quella che cambiò la vita ad Enzo Tortora. Per Morello quella ricorrenza non è uno schiaffo alle toghe. Al contrario. Le vittime degli errori giudiziari «meritano rispetto incondizionato» perché «si tratta sempre di persone che hanno pagato un prezzo alla convivenza civile non dovuto». E si augura che la memoria si allarghi anche oltre il caso Tortora, cioè pure ai «morti di carcere, per suicidio e non, detenuti e operatori di polizia penitenziaria».
Morello conosce meglio di molti il peso umano di quella vicenda. «Per condannare Enzo Tortora avremmo dovuto affermare una infinità di bestialità – disse suo padre Michele, che contribuì a restituire libertà e dignità al presentatore -. Lo abbiamo invece giudicato con indipendenza, serenità e chiarezza». Morello padre non fece carriera, ricordano sempre in molti, a differenza di chi aveva sostenuto l’accusa. E oggi, la posizione di Morello figlio appare agli antipodi di quella sostenuta dall’Associazione nazionale magistrati durante l’iter parlamentare. «Il rischio – spiegò in audizione l’allora presidente del sindacato delle toghe, Giuseppe Santalucia – è di farne una giornata contro la magistratura e di dare ai cittadini una rappresentazione di questi palazzi come di palazzi in cui si comprimono i diritti. Non significa essere contro le vittime, ma è una discussione da svolgere nei luoghi opportuni».
Quel confronto si consumò nel pieno della campagna referendaria sulla separazione delle carriere. La maggioranza rallentò l’iter della legge per evitare che alimentasse lo scontro con la magistratura e condizionasse il voto. Oggi, archiviato il referendum, quello stesso centrodestra rivendica il provvedimento, mentre continua a sostenere un rafforzamento degli strumenti investigativi e un approccio molto securitario e poco orientato al recupero dei detenuti. Il garantismo resta così terreno di scontro più che patrimonio da rivendicare. Lo dimostra anche il voto finale. Nessuno ha contestato il valore simbolico della memoria di Tortora, ricordando in aula anche le vittime in vita, come Beniamino Zuncheddu, 33 anni in carcere da innocente, ma le opposizioni hanno scelto l’astensione. «Fate pena», ha commentato Gaia Tortora, figlia di Enzo, di fronte alla scelta di Avs, Pd e M5S di non esprimere alcun voto. Ancora più duro Gian Domenico Caiazza, già presidente dell’Unione delle Camere penali: «Sappiate che questa è solo una delle molte cambiali che sanno di dover pagare alla leadership politica di Anm per la vittoria del No».
L’iniziativa «di per sé è sicuramente apprezzabile, ci trova assolutamente d’accordo», ha dichiarato Valentina D’Orso (M5S), che avrebbe voluto però una definizione più puntuale di errore giudiziario e l’estensione della legge anche alle persone offese dal reato. Una richiesta che arriva mentre il Parlamento ha già approvato, in prima lettura, l’inserimento delle vittime in Costituzione. Stefania Ascari ha invece denunciato «l’ipocrisia» della maggioranza, accusandola di celebrare le vittime della malagiustizia senza voler fare luce sul caso dei cosiddetti “mostri di Ponticelli”, vicenda per la quale aveva chiesto la costituzione di una Commissione di inchiesta ad hoc. Il suo intervento si è aperto con una frase inconsueta per una parlamentare del Movimento: «L’errore giudiziario esiste e provoca danni irreparabili, e spesso chi li commette non subisce conseguenze di alcun tipo». Parole che sorprendono alla luce della storica contrarietà del M5S a intervenire sulla responsabilità civile dei magistrati, tema poi finito in un ordine del giorno chiesto da Italia viva e Azione.
A riportare il confronto sul terreno delle garanzie è ancora Morello. «Intuisco che in una politica che vive sostanzialmente di troppa propaganda, quella triste vicenda, che ha molteplici risvolti, resti ancora molto divisiva. E d’altra parte la campagna referendaria ha prodotto scorie che da entrambe le parti non sono state ancora completamente metabolizzate». Eppure, aggiunge, le vittime della malagiustizia meritano un riconoscimento «perché pur se errare è umano – e se ciò accade nell’ambito di una struttura complessa come il processo penale, fatto di regole (interpretabili) e di strumenti applicativi realizzati in maniera non sempre adeguata, e in un contesto ingolfato per numeri come in Italia» – hanno pagato un prezzo troppo alto.
Dal caso Tortora, osserva ancora il consigliere del Csm, «tante cose sono cambiate, pur se non tutte in meglio. A mio giudizio infatti abbiamo un processo solo apparentemente più garantito e molto meno funzionale agli scopi propri del processo stesso». E la memoria, conclude, dovrebbe estendersi anche al carcere, «un luogo doloroso e trascurato, sul quale forse più che attivare la memoria sarebbe necessario favorire la conoscenza per attuare il dettato costituzionale che lo riguarda». Un luogo sempre più abbandonato dalla politica.
Anche per questo, secondo la giunta dell’Unione delle Camere penali e l’Osservatorio errore giudiziario dell’Ucpi, il Parlamento dovrebbe completare rapidamente l’iter della legge. La giornata del 17 giugno non sarebbe soltanto «un momento di memoria, ma anche un’occasione di formazione nelle scuole e negli uffici giudiziari sui valori della presunzione di innocenza, del giusto processo e del diritto di difesa». Un risultato, hanno aggiunto i penalisti, frutto della «instancabile opera» di Francesca Scopelliti, del ruolo storico del Partito Radicale e di Marco Pannella. Da qui il «sincero stupore» per l’astensione di alcune forze politiche su un provvedimento che non nasce «per alimentare contrapposizioni, ma per riflettere su come prevenire l’ingiustizia, rafforzare le garanzie del processo e testimoniare la vicinanza delle istituzioni e della società a chi ha subito il volto più doloroso dell’errore dello Stato». Perché la vicenda Tortora «continua a ricordarci che ogni legge, ogni riforma e ogni scelta in materia di giustizia devono avere un unico obiettivo: ridurre il rischio che anche un solo innocente possa essere travolto dalla forza dell’apparato pubblico». «È giusto ricordare» Tortora e gli altri non per processare la magistratura. Ma anche, come spiega Morello, «per sbagliare sempre meno».
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