Anno: XXVIII - Numero 155    
Mercoledì 19 Agosto 2026 ore 13:30
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L'immigrazione si governa solo se l'Ue agisce con la forza di un continente

Minniti: La crisi di Ceuta in cui "è come se il Marocco avesse voluto dire che può aprire e chiudere le frontiere quando vuole".

L'immigrazione si governa solo se l'Ue agisce con la forza di un continente

Le tensioni fra paesi Ue sui movimenti interni laddove invece “bisogna incidere sulle partenze”, siglare un accordo fra Ue e paesi africani che garantisca “un numero significativo di ingressi regolari per lavoro” e unisca le forze nel contrasto ai trafficanti. E ancora, le tensioni in Libia, la recrudescenza del jihadismo in Sahel e in Afghanistan: “Vedere i talebani a Bruxelles fa venire la pelle d’oca”

“Quello che è successo a Ceuta ci ricorda come le migrazioni possano essere strumento di pressione politica. Basta guardare le due diverse reazioni del Marocco tra il 30 luglio e Ferragosto per capirlo. I 60mila migranti arrivati sulla spiaggia dell’exclave spagnola non devono sorprenderci, ma se l’Europa continuerà a reagire in ordine sparso, il rebus diventerà irrisolvibile”. Marco Minniti, presidente della Fondazione Med-Or, ministro dell’Interno durante il governo Gentiloni, osserva con attenzione le dinamiche che si sono create tra i Paesi europei subito dopo l’improvviso arrivo a nuoto di decine di migranti dal Marocco, un episodio, spiega in questa intervista a HuffPost, emblematico di quanto il fenomeno migratorio possa diventare strumento di destabilizzazione politica. L’Europa, di fronte a questa prospettiva dovrebbe cambiare passo e “avere strategia e visione”. Perché “nessun Paese può farcela da solo”.

Il temuto nuovo “assedio” di Ceuta a Ferragosto non c’è stato, i migranti questa volta sono stati bloccati dal Marocco. 

La risposta durissima in termini di repressione, molto diversa dal mancato intervento del 30 luglio, è un segnale. È come se il Marocco avesse voluto dire all’Europa, “siamo noi che governiamo le frontiere. Noi possiamo aprirle e chiuderle”. Non si può essere sorpresi da questo atteggiamento. Usare le migrazioni come arma di pressione politica è storia antica. Pensiamo a ciò che è successo durante la guerra civile in Siria, quando la Germania di Angela Merkel ha rischiato di collassare e si è vista costretta a un accordo da quattro miliardi con la Turchia. O, ancora, a ciò che è accaduto nel 2021 quando nella foresta di Białowieża, al confine tra Bielorussia e Polonia, Minsk fece arrivare di proposito 30mila profughi siriani, spingendoli verso il confine polacco, sperando in una crisi dell’Unione europea. Crisi che per fortuna non si è verificata né in quell’occasione, quando Varsavia chiuse il confine, né l’anno successivo, quando Vladimir Putin ha invaso l’Ucraina. In quel caso Paesi come la Romania, la Bulgaria ed anche l’Ungheria si sono fatti carico di flussi che prima non avevano mai gestito.

A Ceuta l’Ue una crisi l’ha sfiorata. Cosa pensa delle tensioni che quell’episodio ha creato tra Stati membri?

I governi hanno agito seguendo quello che ritenevano fosse l’interesse del singolo Paese. Sembra la via più semplice per rassicurare la gente. Ma non è così.

L’Italia ha sospeso Schengen con la Spagna, la Germania vuole rimandare in Italia alcuni “dublinanti”. Paesi amici non collaborano e chiudono le frontiere interne. Queste reazioni sono dettate dall’avanzare dell’estrema destra in Europa?

Le risposte nazionali sono tutte motivate da equilibri interni. Ogni governo ha puntato solo a rispondere alle domande del proprio elettorato, assumendo posizioni che assecondano l’ansia e la paura. Succede in Italia, dove si sospende Schengen pur sapendo che Ceuta e Melilla sottostanno a regole speciali, succede in Germania dove l’imminenza delle elezioni in Sassonia, determinanti per la maggioranza di governo e probabilmente per lo stesso Friedrich Merz, hanno spinto il cancelliere all’intervento sui dublinanti. Le leadership europee spesso entrano in difficoltà proprio sulle migrazioni. È successo in parte in Gran Bretagna, succederà l’anno prossimo in Francia.

Ha citato le difficoltà di Merz. Il governo Meloni  deve tenere il punto, non accettando i tre migranti che la Germania vuole riportare in Italia, oppure trovare un’intesa con Berlino?

Il punto è che l’Italia, in quanto Paese di primo approdo dei migranti, è la più esposta se la situazione migratoria dovesse precipitare. Attiene all’interesse nazionale fare in modo che ciò non accada. La questione che tiene banco in queste ore con Berlino può essere risolta con un accordo bilaterale. Ma in prospettiva l’Italia dovrebbe dire ai suoi partner, Germania compresa, che pensare di affrontare le migrazioni, che nel tempo a causa dei cambiamenti climatici aumenteranno, solo provando a bloccare i movimenti secondari, è una drammatica illusione. Per governare il fenomeno bisogna incidere sulle partenze. Per arrivare a questo obiettivo, l’Italia dovrebbe coinvolgere tutta l’Ue in politiche per l’Africa. Questo è il vero interesse nazionale. Ma nessun Paese può riuscire a consolidarlo da solo. Serve un soggetto politico che agisca con una voce sola. E abbia la forza di un continente. È l’unico modo che abbiamo per reggere questa sfida.

L’Italia è schiacciata dall’accordo di Dublino che le impone di farsi carico dei migranti che approdano sulle nostre coste.

Quel patto non è mai stato cambiato, ma io credo che non bisogna guardare a esso con il senso di ineluttabilità: è ingiusto e deve essere modificato nei suoi fondamentali. Ma questa modifica potrà essere fatta solo se l’Ue capisce appieno che non è sui movimenti dei migranti all’interno del continente che ci si deve concentrare, ma sulle partenze.

È possibile che, al netto di Ceuta, agli arrivi si pensi di meno perché gli sbarchi sono diminuiti del 50% in un anno?

Se l’Ue può concentrarsi sui movimenti secondari è proprio perché gli sbarchi sono diminuiti. Ma non li ha ridotti certamente la nuova normativa europea. I flussi sono stati ridotti grazie agli accordi con i Paesi africani. Come quello con la Tunisia, con la Costa d’Avorio. E con la Libia. Un accordo che abbiamo fatto nel 2017. Aveva una clausola di superamento automatico dopo ogni triennio. È stato esposto a critiche severe, eppure è stato sempre rinnovato. Da governi rappresentanti tutti i diversi orientamenti del Parlamento italiano.

Ha parlato di “visione” e “strategia”. Quali dovrebbero essere i pilastri di un nuovo paradigma sulle migrazioni?

La sfida va affrontata con un accordo corposo, di lungo periodo e ampio spazio, con i Paesi africani. L’unica cosa che non si dovrebbe fare è affrontare una questione strutturale con politiche emergenziali. Anche la logica dei “return hubs” è emergenziale.

Perché i centri per i rimpatri nei paesi terzi siano un esperimento fallimentare?

È un modo di arrendersi all’idea che gli arrivi non si possono governare. Si parte da questo presupposto e conclude che i migranti vanno sistemati altrove, purché non nel mio Paese. Segnalo che ci aveva già provato il Regno Unito, con Boris Johnson. È finita che non un solo migrante è stato spostato. E il governo del Ruanda sta vendendo ai ruandesi le case costruite con i soldi del governo britannico.

Faceva cenno a una grande intesa tra Ue e Africa sui migranti. Come la immagina?

Attraverso due step paralleli: un accordo cornice tra l’Unione europea e l’Unione africana a favore delle migrazioni legali e contro i trafficanti di esseri umani e un progetto strategico che sfrutti un’idea italiana giusta, quella del piano Mattei. Attenzione però: si tratta di scelte che vanno fatte ora. Mettere la polvere sotto al tappeto non serve. Vale per l’Italia e per gli altri Paesi europei: una grande fetta dell’interesse nazionale italiano si gioca fuori dai confini nazionali. In quel Mediterraneo che è il mare decisivo per il futuro. Per imboccare la strada dell’accordo l’Occidente dovrebbe apprendere dall’insegnamento di un grande generale cinese, Sun Tzu: “La strategia senza tattica è la via più lenta per la vittoria. La tattica senza strategia è il rumore prima della sconfitta”.

Con quale meccanismo dovrebbe funzionare il patto con l’Africa a favore delle migrazioni legali?

L’Ue dovrebbe garantire ai paesi di partenza un numero significativo di ingressi regolari per lavoro. Sono gestibili e ci servono. In cambio bisognerebbe impegnare tutti a un concetto: rimpatri immediati per chi arriva illegalmente e contrasto alle mafie che compiono traffici di esseri umani. Si potrebbe pensare anche a missioni di polizia internazionale per stanarle, così come si fa per i terroristi. Queste organizzazioni di trafficanti sono così potenti da essere anche fattore di pericolo per la sovranità dei Paesi. E l’Africa in questo momento è attraversata da tante situazioni difficili. A partire dal Marocco.

Cosa sta accadendo in Marocco?

Di recente il Paese ha superato il Sudafrica per la produzione industriale. È la prima potenza industriale dell’Africa. Eppure tanti giovani hanno risposto subito ai messaggi dei trafficanti che li invitavano ad arrivare a Ceuta. Questo accade perché c’è una gioventù formata e competente, che però si scontra con salari bassissimi. E per questo non accetta di stare in patria e vorrebbe migliorare la propria vita. Un notevole malcontento si registra anche in Tunisia, che è un Paese strategico per l’Italia. Siamo al secondo posto, avendo fatto un notevole balzo in avanti, per l’interscambio commerciale con Tunisi. Al primo c’è la Cina.

C’è poi la Libia, attraversata da turbolenze continue.

Nelle scorse settimane le tensioni hanno raggiunto il loro acme con l’uccisione del capo dell’intelligence di Haftar. Finora non c’erano mai stati omicidi così eccellenti a Bengasi perché si riteneva che il controllo militare fosse molto solido. Ci sono stati dei conflitti armati a Zawia e le dimissioni, per ora congelate, del capo della banca centrale libica. La sua era una delle poche nomine unitarie tra est e ovest della Libia.

Gli Stati Uniti stanno tentando un percorso di unificazione della Libia. Lo ritiene praticabile?

Come obiettivo strategico è molto importante. Il problema è che il tentativo statunitense è fondato solo su una mediazione tra vertici, non ha visto il coinvolgimento di una serie di asset strutturali – il Consiglio di Stato, la Commissione militare di Misurata – che si sono opposti radicalmente al progetto. La soluzione potrebbe essere un coinvolgimento delle tribù che in Libia rappresentano pezzi grandi del popolo e contemporaneamente hanno una notevole influenza sul territorio. Una grande assemblea, una solenne loyal jirga libica che affronti il tema cruciale e vitale per i libici della riunificazione.

Lei segue con attenzione le dinamiche del Sahel. Qual è la situazione?

Il Sahel è il principale incubatore di terrorismo integralista al mondo, insieme con l’Afghanistan. Ed è esposto all’influenza della Russia. Di recente l’amministrazione Usa ha incontrato la giunta militare del Mali. Ha manifestato la disponibilità a un intervento militare per fermare la filiale maliana di al-Qaeda, Jnim, che avanza insieme con i Tuareg e colpisce l’esercito regolare. Quest’ultimo è sostenuto dagli eredi della russa Wagner, gli Africa Corps. Se veramente intervenissero in Mali, ci troveremmo in uno scenario in cui Stati Uniti e Russia combattono insieme. Questo rende l’idea di cos’è l’Africa.

Ha citato l’Afghanistan. Nel silenzio generale, i talebani hanno avuto contatti con l’Ue sui rimpatri. Come interpretare queste interlocuzioni?

Il ritorno dei talebani in Afghanistan ha cancellato la vita delle donne, che sono considerate degli oggetti. A loro è impedito di frequentare le scuole secondarie e l’università, di avere qualunque ruolo pubblico. Viene applicata la Sharia e quindi l’uomo, il marito, ha un potere assoluto sulla moglie. Di vita e di morte. Eppure nel silenzio assoluto la Germania sta negoziando un accordo per i rimpatri. La commissione europea ha incontrato a Bruxelles una delegazione talebana sullo stesso tema. Se l’Ue arriva a questo, a negoziare con i talebani per assecondare pressioni interne, rinuncia ai suoi principi. Perché li mette in discussione con chi li ha distrutti. Abdica alla sua essenza. L’idea dei talebani a Bruxelles fa venire la pelle d’oca. Perché dà l’idea di un’Europa che per seguire la logica emergenziale è disposta a tutto. Anche ad alimentare il potere di questi regimi. Dando loro una devastante forza ricattatoria.

di  Federica Olivo su HuffPost

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