Votare al referendum senza per questo fare un favore a Meloni o Schlein
Nel merito sono fortissime e prevalenti le ragioni, a giudizio di chi scrive, per votare Sì. Certo, però, se invece cedessi alla tentazione di fare un dispetto alla premier votando No, automaticamente finirei col fare un favore ai quattro moschettieri dell’opposizione.
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Il referendum, per sua natura, non consente sfumature. Il suo è un linguaggio evangelico: il voto può essere solo Sì o No. Non esistono “forse”, “se”, “ma”. L’unica altra alternativa concessa astenersi dal voto, lasciare che altri decidano per noi. Nulla di male se si sceglie quest’ultima opzione. Si preoccupino piuttosto i sostenitori del Sì e del No, la prossima volta, a chiarire meglio le loro ragioni e convincere che può valer la pena perdere qualche minuto per deporre una scheda in un’urna; che anche questa forma di “partecipazione” può avere un suo “utile”.
Per votare ci possono essere molte motivazioni. Una, personalissima, è che è vivida nella memoria il ricordo delle commoventi lettere dei condannati a morte per la Resistenza: donne e uomini che potrebbero essere i nostri nonni, zii, padri, hanno lottato per garantire a tutti noi il diritto di votare e scegliere come sentiamo e vogliamo. Lo hanno fatto a prezzo di enormi sacrifici, tantissimi ci hanno rimesso la vita, per regalarci questo diritto che non è un dovere, ma come tale lo dovremmo sentire, in loro onore e memoria.
Un altro motivo è che per esempio le nostre nonne se lo sono visto riconosciuto solo il 1° febbraio 1945, quando venne firmato da Ivanoe Bonomi il decreto luogotenenziale n.23, che riconosceva il suffragio universale e l’eleggibilità alle donne maggiori di 21 anni; il primo voto nazionale avvenne il 2 giugno 1946, per il primo referendum, quello su Monarchia o Repubblica e l’Assemblea costituente.
Nel merito di questo referendum: fortissime, e prevalenti, le ragioni a giudizio di chi scrive, per votare Sì; e non perché non si tengano in conto le ragioni e le obiezioni di chi invece sostiene il No; anzi: proprio perché quelle ragioni le si soppesa e valuta con attenzione, crescono le ragioni a e i motivi del Sì: ragioni e motivi forniti man mano che parlano i Nicola Gratteri, i Nino De Matteo, tutti gli altri magistrati, ex magistrati, giuristi, esperti a vario titolo di diritto. Un qualcosa a somiglianza di una curiosa, ma efficace, regola giornalistica di Gilbert K. Chesterton. L’autore della serie poliziesca di Padre Brown, con punte di paradossale ironia esortava ad andare contro i luoghi comuni prevalenti, e cercare il “bello del brutto” (ma anche il “buono” del “cattivo”). Cosicché più si insiste nel “brutto” e nel “cattivo” della riforma proposta, più lievita il “buono” e il “bello” (non dico “giusto”, che in questo mondo è l’equivalente dell’araba fenice di Pietro Metastasio).
Poi ecco irrompere in campo Elly Schlein, seguita da frotte di emuli. Per la segretaria del Partito democratico votare No non è solo respingere una riforma sulla giustizia che non garba. È anche dare una prima, vigorosa, spallata all’attuale governo; un No alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al centrodestra, alla guerra in corso (quella contro l’Iran; per l’Ucraina non è ben chiaro), e per farci mancare nulla, un No anche al presidente degli Stati Uniti Donald Trump che di Meloni è amico.
Tanti No, insomma, non uno solo. A questo punto la fede nel Sì vacilla. Dire No a questo governo, alle sue politiche, ai suoi amici in Europa e oltre l’Atlantico, è una fortissima tentazione. Così, prende corpo l’opportunità di trasformare il Sì in No. Vero che Meloni da sempre assicura che vincano gli uni o gli altri, lei i conti “politici” li farà tra un anno, alle elezioni del 2027. Più accortamente di Matteo Renzi non lega il destino del suo governo all’esito del voto referendario. Ma la tentazione di dare comunque un vigoroso colpo agli stinchi al governo c’è tutta; se non ora, quando?
Il problema è che per fare un dispetto a Meloni votando No, automaticamente si finisce con il fare un favore ai quattro moschettieri dell’opposizione, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. Per contro, chi non gradisce una possibile alternativa dei quattro, deve votare Sì, anche se la riforma di Carlo Nordio non lo convince?
Hanno voluto innescare una sorta di ricatto e vedremo il vincitore del referendum a esibirsi in stentorei “chicchirichì” politici. Sarà comunque un canto di corto respiro. Gli ultrà tifosi non mancano; ma esiste anche un elettorato pragmatico, capace di distinguere un voto referendario da un voto politico: un elettorato per quale il Sì o il No è “solo” e unicamente un Sì e un No all’oggetto del referendum, e tutto il resto, evangelicamente, lo lascia al “Maligno”.
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