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Quella certezza di regole che tarda a venire

Ancora difficile definire un percorso certo sulla rappresentatività sindacale nella sanità privata che metta d’accordo tutte le parti sociali e le Istituzioni.

Quella certezza di regole che tarda a venire

«Per la rappresentatività servono regole certe. Quanto alle modalità sarà davvero difficile individuare un percorso che sia unanimemente condiviso da tutte le parti sociali».

Questo il commento di Giovanni Costantino, giuslavorista e Capodelegazione dell’Associazione Religiosa Istituti Sociosanitari (Aris), a conclusione della Tavola Rotonda recentemente organizzata da COSTANTINO&partners, con il patrocinio di Aris.

L’incontro ha riunito rappresentanti del mondo sindacale, manageriale e accademico, per un proficuo confronto sul tema della rappresentatività sindacale, alla luce della più recente evoluzione giurisprudenziale culminata con la sentenza n. 156/2025 della Consulta. Presenti all’evento le prime linee molte delle maggiori realtà sanitarie e sociosanitarie private del Paese.

«La Corte costituzionale dà un’indicazione abbastanza esplicita e perentoria – prosegue Costantino – attribuendo al Legislatore l’onere di riscrivere le norme sulla rappresentatività, anche se non sembra che le parti sociali e il Governo siano indirizzati verso questa soluzione. A dimostrarlo anche le recenti dichiarazioni del sottosegretario Claudio Durigon, secondo cui le parti sociali dovranno giungere quanto prima a un accordo per risolvere il problema del dumping contrattuale» 

Dello stesso parere è Pasquale Sandulli, docente emerito di Diritto del lavoro alla Sapienza Università di Roma, che ha definito il legislatore «neghittoso », evidenziando l’assenza di interventi normativi sulla rappresentatività nel settore privato sin dall’emanazione dello Statuto dei Lavoratori nel 1970.

Secondo Carmine Russo, già docente di Diritto del lavoro alla Sapienza Università di Roma  «la prima scelta da fare è decidere a quale modello di rappresentatività ci riferiamo», sottolineando come ne esista più di uno e ciascuno legittimi soggetti diversi. In ogni caso, per il cattedratico, «nessun modello funziona da solo».

A confrontarsi sul tema anche alcuni protagonisti delle relazioni sindacali quali Federico Bozzanca, Segretario Generale della FP CGIL, Roberto Chierchia, Segretario Generale della CISL FP e Carmela De Rango, Segretario Nazionale della Cimop.

Secondo Bozzanca «se dovessimo individuare delle regole, queste dovranno evitare che le parti datoriali possano rivolgersi a soggetti sindacali minori, quando non riescano a trovare accordi con quelli più rappresentativi. Per spezzare questo sistema serve un investimento. La mia organizzazione si è convinta, dopo tanti anni, che regolamentare tale materia per via legislativa sia la soluzione migliore, anche se altre organizzazioni sindacali non la pensano allo stesso modo. Da qui alla legge è però assolutamente urgente almeno un accordo pattizio che definisca le regole».

Posizione, quest’ultima, condivisa solo in parte da Chierchia secondo cui per la Cisl «la via preferibile è quella pattizia, in quanto più coerente con l’autonomia del sindacato».  «E’ necessario – aggiunge – introdurre sistemi di misurazione della rappresentatività, con il coinvolgimento di enti terzi, e assicurare che i datori di lavoro forniscano i dati in modo trasparente».

Di diversa opinione è invece Carmela De Rango, che ha evidenziato come «la rappresentatività non possa essere ridotta a un mero dato quantitativo, ma debba considerare anche la presenza reale nei luoghi di lavoro, la partecipazione alla contrattazione e la competenza professionale».

A dialogare con i rappresentanti del sindacato e del mondo accademico anche due esponenti datoriali, Daniele Piacentini, Direttore Generale della Fondazione Policlinico Universitario “Agostino Gemelli” Irccs, e Edoardo Bellomo, Direttore Generale delle strutture sanitarie dell’Ordine di Malta in Italia, concordi nell’affermare come la decisione della Consulta metta in seria difficoltà le strutture sanitarie, costringendole a valutare quali soggetti ammettere ai tavoli aziendali, senza poter disporre di regole certe e strumenti di misurazione.

Secondo Piacentini «servono regole certe anche se imperfette. Meglio una regolamentazione, qualunque essa sia, piuttosto che assenza di norme. Le relazioni sindacali, costituite anche dai rapporti umani, possono funzionare solo all’interno di un quadro stabile e definito».

Sulle criticità operative si è soffermato anche Bellomo, evidenziando che «il vuoto normativo incrementa la competizione tra le sigle sindacali e aumenta il formarsi di tavoli separati, con la conseguenza di rendere i datori di lavoro ostaggi di microinteressi».

 

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