Anno: XXVIII - Numero 189    
Martedì 6 Ottobre 2026 ore 13:30
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Medici in fuga dagli ospedali, Di Silverio: «Non abbiamo più tempo per noi stessi»

Nel 2025 le dimissioni volontarie dei medici ospedalieri sono aumentate del 150% e hanno superato i pensionamenti.

Medici in fuga dagli ospedali, Di Silverio: «Non abbiamo più tempo per noi stessi»

Il segretario nazionale Anaao Assomed a MondoSanità: «Otto anni fa avrei detto che pesava soprattutto lo stipendio. Oggi pesano l’organizzazione e la mancanza di tempo»

Il problema non è più soltanto trovare nuovi medici. È riuscire a trattenere quelli che già lavorano negli ospedali. E il 2025 segna uno spartiacque: 3.767 medici hanno scelto volontariamente di lasciare il Servizio sanitario nazionale, contro 2.876 usciti per pensionamento. Nel 2024 le dimissioni erano state 1.503: in dodici mesi sono aumentate del 150%.

Ma c’è un altro numero che racconta bene cosa sta accadendo: 48 anni. È l’età media di chi lascia. Non professionisti alla fine della carriera, dunque, ma medici nel pieno della maturità professionale, con anni di formazione ed esperienza clinica alle spalle.

Per Pierino Di Silverio, segretario nazionale Anaao Assomed, l’accelerazione registrata nel 2025 non è però arrivata all’improvviso.

«Non è certo un fulmine a ciel sereno. Lo stavamo denunciando. Le condizioni di lavoro, la mancata sicurezza, le denunce, la carenza di organico e l’assenza di carriere hanno prodotto un effetto devastante sulla percezione che abbiamo del nostro lavoro quotidiano».

Una situazione che Di Silverio descrive con parole ancora più nette: «Siamo ingabbiati tra burocrazia e rottura del patto sociale tra medico e paziente. E quindi il medico decide di andare via dall’ospedale».

«Ovunque, purché fuori dall’ospedale»

La domanda, allora, diventa inevitabile: dove vanno tutti questi medici?

«Risponderei: ovunque, purché fuori dall’ospedale», dice Di Silverio a MondoSanità. «Vanno nel privato, vanno all’estero. Una piccolissima percentuale arriva addirittura a cambiare lavoro».

Il punto, secondo il segretario Anaao, non è quindi soltanto la capacità di altri sistemi di attrarre i professionisti italiani, ma il progressivo allontanamento dall’ospedale pubblico.

«Il messaggio è: me ne vado dovunque piuttosto che restare in un ospedale che non è più casa mia. Perché noi ci sentiamo ospiti negli ospedali, non ci sentiamo più a casa».

Ed è proprio l’età di chi se ne va a rendere il fenomeno particolarmente delicato. A circa 48 anni un medico ha già accumulato un patrimonio di competenze che richiede anni per essere costruito.

«Otto anni fa avrei detto: lo stipendio. Oggi è il tempo»

Quanto conta la retribuzione nella decisione di lasciare?

La risposta di Di Silverio mostra come, secondo Anaao, le priorità siano cambiate.

«Se me l’avesse chiesto otto anni fa, le avrei detto che a pesare maggiormente era lo stipendio. Oggi pesa maggiormente la mancanza organizzativa, ma soprattutto la mancanza di tempo».

E quando parla di tempo, Di Silverio distingue due dimensioni.

La prima è quella professionale: il tempo da dedicare al paziente, sempre più compresso dalla burocrazia.

La seconda è personale.

«Parliamo anche e soprattutto di quel tempo personale che è fondamentale nell’equilibrio di un essere umano. Noi non abbiamo più tempo per noi stessi».

È forse questo uno dei passaggi che meglio spiega perché aumentare semplicemente il numero dei medici potrebbe non essere sufficiente: se le condizioni che spingono i professionisti ad andarsene non cambiano, il sistema rischia di continuare a perdere competenze anche mentre ne forma di nuove.

Svizzera, Germania e Spagna: dove vanno i medici italiani

Tra le destinazioni estere, Di Silverio cita innanzitutto la Svizzera, storicamente attrattiva per i professionisti italiani, ma segnala anche la crescita di altre mete.

«Sta emergendo la Germania. E poi la Spagna: tutti quei Paesi europei che riescono a offrire welfare, conciliazione tra tempo e lavoro, retribuzioni adeguate e soprattutto quel riconoscimento professionale che è alla base anche del nostro stato d’animo».

Il tema del riconoscimento si intreccia, secondo il segretario Anaao, con quello delle aggressioni al personale sanitario.

«Ci vogliamo chiedere perché un paziente che arriva in ospedale alla ricerca di cure si scaglia contro chi dovrebbe curarlo?».

La risposta, nella sua lettura, va cercata anche nelle difficoltà di accesso alle prestazioni.

«Quando il paziente non ha accesso alle cure inevitabilmente si scaglia contro la prima persona che ha davanti. Non è il legislatore che va la mattina in ospedale: siamo noi a dover dire al paziente che non c’è posto, siamo noi a dover dire che la lista d’attesa è lunga. E il paziente individua erroneamente in noi il colpevole».

Il problema non è soltanto quanti medici abbiamo

Qui emerge uno dei punti centrali dell’intervista. Per Di Silverio la crisi non può essere spiegata soltanto contando quanti medici entrano ed escono dal sistema.

«È quello che sosteniamo ormai da un paio d’anni. Oggi non è tanto un problema di mancanza di medici, ma di quella che alcuni chiamano vocazione e che io definisco voglia di fare medicina».

Il paradosso, sottolinea, è che l’interesse per il corso di laurea rimane elevato mentre alcune specializzazioni faticano ad attrarre giovani professionisti.

E non sarebbero specialità casuali.

«Chirurgia, pronto soccorso e ora comincia ad arrivare anche l’anestesia. Tutte quelle specializzazioni in cui ci sono minore sicurezza, maggiore esposizione alle denunce, problemi organizzativi e maggiori responsabilità sono quelle che vengono evitate».

«Non solo migrazione sanitaria, ma migrazione professionale»

C’è poi un’altra frattura: quella geografica.

«Cominciamo a parlare non più soltanto di migrazione sanitaria, ma di vera e propria migrazione professionale», afferma Di Silverio.

Il problema riguarda in particolare le regioni meridionali, molte delle quali hanno attraversato lunghi periodi caratterizzati da vincoli finanziari e minore capacità di investimento. Ma il fenomeno, avverte il segretario Anaao, si sta allargando.

«Ormai sta coinvolgendo anche regioni che una volta erano dei benchmark, come Toscana ed Emilia-Romagna. Il problema è disseminato».

E qui il rischio è quello di un circolo vizioso: meno medici significa più turni e maggiore pressione su quelli che restano; condizioni di lavoro peggiori possono a loro volta spingere altri professionisti a lasciare.

«La prima misura? Adeguare gli stipendi a quelli europei»

Cosa potrebbe fare immediatamente il Governo?

Di Silverio parte dalla prossima legge di bilancio.

«Adeguare gli stipendi dei medici a quelli europei».

Ma la retribuzione, come lui stesso ha spiegato, non può essere l’unica risposta.

Secondo il segretario Anaao è necessario intervenire più profondamente sulle regole e sull’organizzazione del sistema sanitario, perché il contesto nel quale quelle norme erano state pensate non esiste più.

«È cambiata la tecnologia, è cambiata la farmaceutica, è cambiato il tipo di malato, la geografia, il tipo di medico, il tipo di ospedale. Non puoi continuare a ragionare con quel tipo di legge: va cambiata».

Resta allora la domanda più difficile: è ancora possibile rendere l’ospedale pubblico un luogo nel quale i medici vogliano tornare a lavorare e restare?

Di Silverio non considera la partita persa.

«Io non sono sfiduciato rispetto alla possibilità di cambiamento. Sono preoccupato dai tempi del cambiamento, perché questo è un Paese in cui i tempi sono troppo lunghi».

Il rischio, conclude, è arrivare alla soluzione quando una parte importante del patrimonio professionale del Servizio sanitario sarà già andata altrove.

«Quando il tempo è troppo lungo rischi di chiudere il recinto quando i buoi sono scappati».

 

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