Anno: XXV - Numero 130    
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L’ingombrante Matteotti.

Non solo a destra L’assenza di una traccia su di lui alla maturità è un piccolo dato di fatto, ma indicativo.

L’ingombrante Matteotti.

Dal governo e dall’opposizione, il centenario dell’assassinio fascista è stato vissuto con un understatement che è diventata assenza. Il feticcio ha cancellato l’azione politica: il riformismo, che si basa sui fatti e detesta retorica e demagogia

Nei temi per la maturità si sono “dimenticati” di Giacomo Matteotti. Ovviamente nessun obbligo incombeva sul Ministero dell’Istruzione nel rievocare il martire antifascista, anche se spesso per le tracce dei temi si privilegiano personaggi dei quali ricorre un anniversario “tondo”. Ma la “dimenticanza”, anche se fosse priva di intenzionalità, finisce per assumere un valore simbolico, perché le forze di governo e di opposizione stanno vivendo le celebrazioni matteottiane con lo stesso spirito: quello dell’atto dovuto.

In una stagione nella quale qualsiasi anniversario, piccolo o grande che sia, viene vissuto dal sistema politico-mediatico con la stessa retorica celebrativa, proprio davanti ad una personalità come Giacomo Matteotti, che espresse “la dignità della Nazione” (parole di Alcide De Gasperi), le due principali leader del Paese per una volta si sono ritrovate a condividere un grande “understatement” politico, storico ed emotivo che in alcuni casi è diventato assenza. Il 10 giugno, nella tradizionale cerimonia davanti al luogo del rapimento di Matteotti sul Lungotevere a Roma, alla presenza del Capo dello Stato erano previsti gli interventi delle “autorità” politiche, ma la presidente del Consiglio ha delegato il vicepresidente Antonio Tajani e la segretaria del Pd si è fatta rappresentare da Roberto Morassut.

erto, per la presidente del Consiglio il momento più significativo si era consumato il 30 maggio, in occasione della solenne cerimonia organizzata dalla Camera, nell’anniversario dell’altro momento cruciale: il discorso di Matteotti sui brogli elettorale dei fascisti, il più coraggioso discorso nella storia del Parlamento italiano. In quella circostanza Giorgia Meloni. sempre attiva nella produzione di video nei quali parla in prima persona, si era espressa con un comunicato scritto, diffuso subito dopo la cerimonia. Nel comunicato la presidente del Consiglio ha definito Matteotti “ un uomo libero e coraggioso “, ucciso dagli “squadristi fascisti”.

Anche se l’eliminazione di Matteotti da parte del fascismo è una verità accertata dai Tribunali italiani e dagli storici da almeno 70 anni, la presa d’atto di Meloni, per la sua storia personale, è un fatto con una sua rilevanza politica. E tuttavia non si può non rilevare la rimozione, sia pure per sottrazione, del fascismo come “responsabile” del delitto e di Mussolini come mandante e invece l’indicazione degli squadristi come protagonisti. Una omissione e una sottolineatura che, sottovoce, parlano ad un certo mondo: messaggi in continuità con una storiografia di cultura missina che ha sempre attribuito l’omicidio a schegge fuori controllo del fascismo. Ma l’assassinio di Matteotti, come scrisse a caldo un giovane Pietro Nenni, fu il primo “delitto di Stato” della storia nazionale: una definizione che si è rivelata storicamente fondata e di recente è stata ripresa anche dallo storico Mimmo Franzinelli.

E tuttavia se Meloni ha messo la sua firma su un comunicato, da sinistra, in questo centenario non si ricorda nessuna manifestazione pubblica rilevante, se non un convegno del Gruppo Camera del Pd che è riuscito ad affiancare nello stesso ricordo personalità lontanissime – Enrico Berlinguer, Alcide De Gasperi e Giacomo Matteotti – unite dalla condivisione di anniversari sia pure sfalsati.  Un eclettismo impermeabile alle ragioni della storiografia, che ha avuto una replica in occasione della discussione alla Camera seguita all’aggressione del deputato pentastellato Leonardo Donno da parte di onorevoli di centro-destra. Esponenti del Pd, per stigmatizzare l’aggressione, sono arrivati ad evocare Matteotti, che però – come è noto – era stato assassinato. Da destra si è replicato, invocando la natura “riformista” del socialista Matteotti, contrapposta al massimalismo attuale del Pd e quel punto la “frittata” era fatta: una reciproca, cinica strumentalizzazione di Matteotti.

E tuttavia la partecipazione fredda del mondo politico (e della Rai) è stata compensata in questi mesi da un notevole apporto saggistico e storiografico: sono usciti ben 32 libri, diversi dei quali hanno colmato vuoti di lunga durata. Nei cento anni seguiti al delitto, la morte aveva oscurato la vita di Giacomo Matteotti. Una morte troppo violenta per non diventare memorabile, ma che al tempo stesso ha finito per velare tutto ciò che Matteotti aveva fatto e detto prima di essere assassinato. Personaggio celebrato come pochi altri – ovunque strade, piazze e ponti – ma al tempo stesso sconosciuto nella sua vera identità politica ed umana: quella di un socialista intransigente sì, ma nella scelta riformista.

La definizione chiara dell’identità di Matteotti e delle ragioni della sua eliminazione è stata data dal professor Emilio Gentile, nella cerimonia della Camera: “A cento anni dall’assassinio di Giacomo Matteotti si conoscono esecutori, mandanti e moventi”. E dunque se il mandante fu Mussolini, il movente invece fu tutto politico, anche perché le ipotizzate concause – chiudere la bocca a Matteotti prima che denunciasse uno scandalo legato al petrolio – non hanno mai trovato prove storiche convincenti e anzi alcuni studi recenti l’hanno vieppiù indebolita.

E d’altra parte Matteotti nella difesa dello Stato liberale, fu più liberale dei liberali (Einaudi, Giolitti, Croce votarono la fiducia al primo governo Mussolini, dopo la marcia su Roma) e al tempo stesso fu tacciato di legalitarismo dai comunisti: “Per Matteotti – ha detto Gentile – la libertà veniva prima di tutto, a differenza dei comunisti, da lui visti come “complici involontari del fascismo”. E infatti i comunisti. da Gramsci a Togliatti, dileggiarono Matteotti, da vivo e anche da morto.

E allora ecco il punto: Giacomo Matteotti è stato un personaggio assai anticonformista, scomodo per tanti quando visse. Ma oggi misurarsi con lui continua ad essere faticoso per tanti, costringe a chiudere conti restati aperti. Ai nostalgici del fascismo ricorda che il regime duro e violento iniziò negli anni Venti e non con le leggi razziali. Alla sinistra ricorda che la natura violenta del bolscevismo poteva essere compresa dai suoi contemporanei, che il riformista di sinistra è quello che sa chiudere un accordo sindacale, che invita a non sfondare i bilanci pubblici, che detesta la retorica e la demagogia.

Carlo Rosselli, per spiegare la violenza omicida così mirata sul segretario del Partito socialista unitario scrisse che i fascisti furono esasperati del metodo di Matteotti: “Quando affermava, provava”. E sempre Rosselli, da quella lezione estrasse un programma di lunga durata: “Mussolini ha indicato all’antifascismo quali debbono essere le sue preoccupazioni supreme: il carattere; l’antiretorica; l’azione”. Parole che in questa fase politica sembrano cadere nel vuoto ma che ci fanno capire perché, cento anni dopo, Giacomo Matteotti sia una personalità ingombrante. Per tanti.

Di Fabio Martini per Huffpost

 

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