Falcone, l’accusa e il giudice: un dibattito ancora decisivo oggi
Dall’intervista del 1991 a Repubblica alla riforma odierna, le parole di Falcone illuminano il senso del sì nel dibattito pubblico.
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Nel pieno delle discussioni sulla giustizia e sul significato del sì alle riforme oggi in campo, tornano di sorprendente attualità le parole di Giovanni Falcone. Il 3 ottobre 1991, in un’intervista rilasciata a la Repubblica a Mario Pirani, il magistrato siciliano affrontava con lucidità il tema del nuovo codice di procedura penale e della riforma Vassalli, chiarendo cosa significhi davvero un sistema accusatorio.
Falcone spiegava che, in un processo autenticamente accusatorio, il pubblico ministero è una parte, chiamata a raccogliere e coordinare le prove nel dibattimento, senza alcuna “parentela” con il giudice. Quest’ultimo, al contrario, deve stagliarsi come figura neutrale, sopra le parti. Una distinzione netta, strutturale, che secondo Falcone veniva contraddetta dall’unificazione delle carriere e dalla sostanziale intercambiabilità tra giudici e Pm.
Quelle affermazioni, pubblicate su Repubblica nel 1991, suonano oggi come una bussola nel dibattito attuale. Chi allora chiedeva una separazione chiara dei ruoli veniva accusato di voler indebolire l’indipendenza della magistratura o di sottomettere il pm all’Esecutivo. Falcone ribaltava l’argomento: senza ruoli distinti, il sistema accusatorio resta incompiuto e ambiguo.
Rileggere oggi quell’intervista aiuta a capire il senso profondo del sì: non una resa dei conti ideologica, ma la richiesta di coerenza tra modello processuale e assetto delle carriere. Non uno scontro con la magistratura, ma la realizzazione di un equilibrio che rafforzi le garanzie per tutti.
A distanza di oltre trent’anni, Falcone continua a parlare al presente. E lo fa ricordandoci che le riforme della giustizia non sono bandiere, ma architetture istituzionali che incidono, ogni giorno, sulla qualità della democrazia.
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