Stati Uniti d’Europa. Obiettivo mancato e prospettive disastrose
Stati Uniti d’Europa sembra diventato uno slogan vuoto, ricordato solo da alcuni, anche leader, quando decidono di manifestare la fede europeistica.
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Alle ultime elezioni politiche, una lista con questo nome, sebbene la somma dei gruppi politici che la componevano andasse ben oltre il quorum per entrare nel Parlamento di Strasburgo… il quorum non è stato raggiunto.
Ed oggi, con vicende mondiali che travalicano confini e girano su forza politica ed economica, con uno scontro tra i grandi Usa, Cina, India e Russia che sembra si vogliano spartire il mondo, l’Unione europea (l’organismo monco dell’Uk – per colpa dell’Ue stessa- che amministra parte del Continente europeo) è assente. Per fortuna ci sono iniziative di Uk, Francia e Germania (in particolare a contrasto dell’invasione russa dell’Ucraina) che rendono il Continente vagamente presente… che per il resto, inclusa la banderuola Italia, è tutto un “vediamo che aria tira”.
All’inizio di questo millennio e dopo l’Agenda e il successivo Trattato di Lisbona, si diceva – commissione Barroso e non solo – di voler creare un’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, puntando su ricerca, innovazione e crescita. Obiettivo: divenire la prima potenza al mondo nel campo economico e tecnologico.
Oggi, dopo 26 anni, siamo impantanati. I rimandi/annullamenti del Green Deal. I dazi modello Trump sulle auto elettriche per contrastare la Cina. Il gas russo di cui non riusciamo a liberarci e quando lo facciamo è a costi doppi. L’accondiscendenza al proprio interno di avversari/boicottatori come l’Ungheria di Orban. Una politica agricola che genera l’ira degli assistiti contro innovazioni e aperture di mercati. Le tecnologie al traino di innovazioni e umori degli Usa. L’accoglienza migranti tra imbarazzo e disumanità. Una politica estera inesistente: spesso le pronunce dell’Alto commissario sono il contrario di quelle di alcuni Stati membri. Il balbettio e altrettanta accondiscendenza verso il babbo Usa che ha deciso di cominciare a farsi i fatti di casa sua e smettere di essere il nume tutelare economico e politico di un Continente che aveva salvato dal nazi-fascismo. Una politica “interna” incapace di prevenire e arginare xenofobia e antisemitismo. E il cosiddetto esercito europeo: bip, bip.
Tutti i politici che abbiamo mandato a Bruxelles, Parlamento e Commissione, si sono annullati nelle loro funzioni amministrative e burocratiche. Una piccola eccezione è stata quella di Mario Draghi (già più europeo che italiano, evitiamo l’eccitazione nazionalista), ma che ora sembra parli ad una lezione universitaria piuttosto che a simposi di esecutori politici.
Ci sono anche alcune positività. Per carità. I diritti dei consumatori, per esempio, sarebbero al Medioevo senza le imposizioni dell’Ue. E il Pnrr, consapevoli che sia una regalia con scarse prospettive, ha almeno fatto aggiustare qualcosa nei nostri disastrati sistemi economici. E l’euro (benvenuta Bulgaria). E anche altro.
Ma siamo sempre lì. Niente a che vedere con quello che abbiamo chiamato “Stati Uniti d’Europa”. Forse perché non siamo partiti da una “presa della Bastiglia” ma da accordi tra diversi stanchi di ammazzarsi fra loro? Può darsi. Ma, non solo siamo sempre lì, bensì ci siamo incollati ad alcune opportunità che abbiamo creato, ignorando che il governo di esse non dovesse essere solo un fatto amministrativo-burocratico, ma politico.
Articolo di Vincenzo Donvito Maxia (Aduc)
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