Nidi, la geografia decide quanto pagano le famiglie
Da 60 a 645 euro al mese: il costo del nido cambia radicalmente da una città all’altra.
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Sessanta euro a Mantova, 553 a Belluno. Quasi dieci volte tanto per mandare un bambino al nido, a parità di fascia Isee. È una delle fotografie più nette delle disuguaglianze territoriali italiane: anche il costo della prima infanzia può dipendere dal Comune in cui una famiglia vive. E la distanza non si ferma qui. Per le famiglie con un Isee fino a 25 mila euro, la retta passa dai 100 euro di Catanzaro ai 645 di Udine. In mezzo c’è un’Italia nella quale la stessa esigenza — trovare un posto al nido per un figlio — può tradursi in una spesa mensile profondamente diversa.
A fotografare questa situazione è uno studio della Uil. La media nazionale è di 296 euro al mese per bambino per le famiglie con un Isee fino a 15 mila euro e sale a 416 euro per quelle fino a 25 mila. Ma la media, in questo caso, rischia di nascondere più di quanto racconti: dietro quei numeri ci sono differenze territoriali enormi, con rette che possono incidere in modo molto diverso sui bilanci familiari.
Città | Isee fino a 15.000 € | Isee fino a 25.000 € |
Mantova | 60 € | 102 € |
Catanzaro | 80 € | 100 € |
Ragusa | 110 € | 170 € |
Roma | 155 € | 308 € |
Napoli | 272 € | 426 € |
Milano | 316 € | 316 € |
Belluno | 553 € | — |
Prato | 504 € | — |
Biella | 491 € | — |
Udine | — | 645 € |
Sondrio | — | 641 € |
Pistoia | — | 640 € |
Torino | — | 618 € |
Media nazionale | 296 € | 416 € |
Per le famiglie con Isee fino a 15 mila euro, Mantova è la città meno costosa tra quelle analizzate, con una retta di 60 euro mensili. Seguono Catanzaro con 80 euro e Ragusa con 110. All’estremo opposto si trovano Belluno, con 553 euro, Prato con 504 e Biella con 491. Per la fascia fino a 25 mila euro, le rette più basse sono quelle di Catanzaro, 100 euro, Mantova, 102, e Ragusa, 170. Le più alte sono invece quelle di Udine, 645 euro, Sondrio, 641, e Pistoia, 640. A Torino si arriva a 618 euro.
Il dato diventa ancora più significativo guardando alle grandi città. A Roma una famiglia con Isee fino a 15 mila euro paga 155 euro al mese, cifra che sale a 308 euro con un Isee fino a 25 mila. A Milano la media indicata dallo studio è di 316 euro in entrambe le fasce. A Napoli si passa invece dai 272 euro per le famiglie con Isee fino a 15 mila euro ai 426 euro per quelle fino a 25 mila.
La geografia, dunque, pesa quanto il reddito. Una famiglia con una situazione economica analoga può trovarsi a sostenere una spesa molto diversa semplicemente perché vive in un altro territorio. E questo rende il nido non soltanto una voce del bilancio familiare, ma anche uno degli indicatori delle differenze nell’offerta dei servizi pubblici locali.
C’è però un secondo problema, ancora più radicale: il posto al nido deve prima di tutto esserci. Una retta agevolata non serve a una famiglia che non riesce a ottenere l’accesso al servizio. È il punto sottolineato dalla Uil, secondo cui alle differenze nei costi si aggiungono quelle nella disponibilità e nell’accessibilità dei posti.
Il segretario confederale della Uil Santo Biondo richiama proprio questa doppia dimensione. I servizi educativi per la prima infanzia, osserva, incidono sulle opportunità di crescita dei bambini, ma anche sulla possibilità per i genitori di conciliare vita familiare e lavoro e sull’occupazione femminile. Per questo, secondo la Uil, non basta aumentare la media nazionale dei posti disponibili: bisogna verificare dove quei posti vengono creati e dove continuano invece a mancare.
Il riferimento è anche agli investimenti del Pnrr. Per Biondo, il Piano avrebbe potuto imprimere una svolta strutturale all’offerta dei servizi educativi, ma la situazione rimane disomogenea: accanto a territori che hanno raggiunto o superato l’obiettivo di 33 posti disponibili ogni 100 bambini tra zero e due anni, ce ne sono altri ancora lontani da quella soglia.
È qui che emerge il limite di una politica fondata soltanto sul sostegno economico alle famiglie. Un bonus può ridurre il peso della retta, ma non può aumentare i posti disponibili. E se il servizio manca, il problema non è più soltanto quanto costa: è se una famiglia possa oppure no accedervi.
I numeri della Uil restituiscono così un quadro che va oltre la semplice classifica delle rette. Raccontano un Paese nel quale la prima infanzia è ancora segnata da forti differenze territoriali. Sessanta euro o 553; 100 o 645: non sono soltanto prezzi diversi, ma condizioni di accesso diverse a un servizio che ha conseguenze sulla vita dei bambini e sull’organizzazione delle famiglie.
La sfida, quindi, non è soltanto abbassare la media nazionale. È fare in modo che il luogo in cui si vive pesi meno sulla possibilità di trovare un posto e sul costo da sostenere. Perché la disuguaglianza, in Italia, può cominciare molto prima dell’ingresso a scuola: può cominciare già dalla porta di un asilo nido.
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