Come funzioneranno i "rimpatri" europei per i migranti
Il Parlamento Ue ha approvato il nuovo regolamento sui rimpatri. Si apre la fase dei negoziati con i governi: ecco passaggi, tempi e possibili scenari.
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Il nuovo regolamento rimpatri con il voto del Parlamento europeo è entrato nella fase decisiva. Gli eurodeputati con il voto di ieri, 26 marzo 2026, hanno fissato la loro linea su tempi dei rimpatri, detenzione, uso dei “return hubs” e condizioni per i trasferimenti verso Paesi terzi. Posizioni che ora la Commissione europea dovrà discutere con i leader dei singoli stati dell’Unione.
Nei prossimi giorni si aprono i triloghi, i tavoli informali tra Parlamento, Consiglio e Commissione in cui si cerca un compromesso articolo per articolo. Il negoziato parte da una posizione politica già abbastanza allineata tra governi e maggioranza parlamentare, quindi non vengono previsti scontri frontali sulla filosofia generale del testo. Il Consiglio – cioè i governi dei 27 – ha già una sua posizione sulla riforma, più restrittiva dell’attuale direttiva, che punta a procedure accelerate e a un maggiore uso della detenzione. Nei triloghi dovrà trovare un testo comune con il Parlamento, soprattutto su garanzie procedurali, controlli giurisdizionali e limiti all’esternalizzazione dei rimpatri verso Paesi terzi.
Se i negoziatori trovano un accordo, il compromesso rientrerà in aula per il voto finale del Parlamento e in Consiglio per l’adozione formale. Solo allora il regolamento sarà pubblicato e potrà entrare in vigore dopo un periodo di transizione (in genere da alcuni mesi a un paio d’anni). Insomma, nulla cambia nei fatti ad oggi né a breve.
Per i migranti già presenti sul territorio Ue non cambia nulla: continuano ad applicarsi le norme vigenti sulla base della direttiva rimpatri del 2008 e delle leggi nazionali. Anche i “return hubs” fuori dall’Unione non possono essere creati sulla base di questo voto: serviranno il testo definitivo e accordi concreti con
In compenso, il voto di Strasburgo manda un segnale politico forte: dà mano libera alla Commissione e ai governi per lavorare su accordi di riammissione e sulla costruzione di un sistema comune di gestione dei rimpatri, con un ruolo rafforzato di Frontex e del Coordinatore europeo per i rimpatri. È su questo terreno – operativo e diplomatico – che nei prossimi mesi si vedranno i primi effetti concreti, per esempio in termini di nuovi memorandum con Paesi “partner” e di aumento dei voli charter di ritorno.
Le famiglie politiche che hanno votato contro proveranno ora a incidere nella fase negoziale su alcune clausole chiave: criteri di “Paese terzo sicuro”, durata massima della detenzione, monitoraggio indipendente dei centri di trattenimento e dei futuri hub. La partita si giocherà anche nei tribunali: è molto probabile che, una volta approvata la riforma, alcune norme siano impugnate davanti alla Corte di giustizia UE con il rischio di nuovi stop o correzioni.
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