Anno: XXVIII - Numero 112    
Giovedì 11 Giugno 2026 ore 13:00
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Caso Minetti, il Fatto rischia davvero la bancarotta?

Il quotidiano ha solo 413mila euro per le cause.

Caso Minetti, il Fatto rischia davvero la bancarotta?

«Gli scandali vendono. La verità è facoltativa». Non è l’affermazione di un Premio Pulitzer per il giornalismo, ma è la prima frase contenuta nell’atto di citazione firmato dagli avvocati Andrea Fiocchi, Stefan Savic e Brian L. Grossman, depositato pochi giorni fa davanti alla Corte del distretto meridionale di New York. I legali dello studio “Reinhardt Savic Foley Llp” difendono la “Cipriani Usa Inc.” e agiscono contro la Seif (Società editoriale il Fatto, il quotidiano diretto da Marco Travaglio), la Rai e la trasmissione Report per le inchieste sull’adozione di un minore in Uruguay da parte di Giuseppe Cipriani e Nicole Minetti e sulla grazia concessa all’ex consigliera regionale della Lombardia.

A risaltare nella citazione presentata a New York, comprensiva di una dozzina di allegati, è la richiesta del risarcimento: 250 milioni di dollari. I legali della Cipriani Usa si soffermano sulle conseguenze economiche – dirette e immediate – che possono provocare alcune inchieste giornalistiche. Da lì, la quantificazione economica di alcune richieste in sede giudiziaria. Un approccio che prende in considerazione la notorietà della società Cipriani non solo tra la clientela, ma anche tra gli investitori che ne sostengono il business.

Al centro dell’azione giudiziaria avviata nella “Grande Mela” non vengono messe l’onorabilità e la reputazione del singolo, Giuseppe Cipriani, aspetti che avrebbero potuto portare a una causa per diffamazione seguendo la via del penale, ma il buon nome di una società che, se colpita da schizzi di fango, rischierebbe, secondo i legali, di veder sfumare milioni di dollari in affari. Ma le conseguenze economiche potrebbero riguardare, evidentemente, pure le persone giuridiche che vengono portate in tribunale a New York.

Gli avvocati statunitensi affermano che gli articoli e i servizi televisivi, anche se incentrati sulla persona di Giuseppe Cipriani, avrebbero provocato «un grave e immediato danno commerciale a “Cipriani Usa Inc.” e alla più ampia impresa commerciale Cipriani, anche a New York». Tra l’altro, viene evidenziato che “Il Fatto e Report erano stati diffidati dalla pubblicazione e messa in onda di articoli e servizi in quanto basati su contenuti non rispondenti al vero”, sempre a detta dei legali. Di certo, la diffida non è stata presa in considerazione dai destinatari. La citazione comprende anche alcuni paragrafi relativi alla «campagna di diffamazione» che si sarebbe realizzata con l’accostamento di Giuseppe Cipriani a Jeffrey Epstein, e con la vicenda dell’adozione in Uruguay del figlio di Cipriani e Minetti.

Il clamore suscitato dai media italiani citati in giudizio «ha ritardato la chiusura di una consistente operazione di finanziamento», con l’imposizione di «nuovi termini e condizioni» e la richiesta presentata di un finanziatore della Cipriani Usa di avvalersi di una «società di investigazione esterna indipendente, a costi straordinari, per indagare e confutare accuse che non avrebbero mai dovuto essere pubblicate fin dal principio».

Ma perché la causa viene incardinata a New York? I motivi risiedono nella competenza territoriale e per valore della controversia superiore a 75mila dollari, esclusi interessi e spese. La richiesta di risarcimento si riferisce ai presunti danni commerciali sostanziali causati dalla «interferenza illecita» dei convenuti, con ripercussioni sulle «prospettive commerciali» della Cipriani Usa. Il tema della «interferenza» illecita – tutta da provare – potrebbe essere uno dei punti su cui le difese del Fatto e della Rai avranno modo di discutere maggiormente per confutare le tesi dei ricorrenti.

La cifra del risarcimento, per molti spropositata, se rapportata al giro d’affari delle società statunitensi e al marchio Cipriani, famoso in tutto il mondo, sembrerebbe però ancorata alla realtà. Immaginare l’esito del contenzioso è al momento impossibile, in attesa della costituzione in giudizio dei convenuti italiani, con la quale verrà di sicuro chiesto il rigetto di tutte le domande, a partire da quella risarcitoria, e di conoscere la strategia difensiva che sarà adottata davanti al giudice newyorkese. Senza tralasciare la mole di documenti da esaminare, i testimoni da ascoltare, mettendo in conto l’eventuale appello.

“Reinhardt Savic Foley Llp” espone le ragioni dell’azione davanti alla Corte del distretto meridionale di New York soffermandosi sulla competenza territoriale e per valore della causa. La giurisdizione territoriale è legata ai contenuti giornalistici veicolati con vari mezzi negli Stati Uniti, riferiti a un soggetto economico operante a New York, dove insiste «una parte sostanziale dei beni e degli interessi commerciali danneggiati dalla condotta dei convenuti» e dove è competente la Corte del distretto meridionale.

Le preoccupazioni in Italia

Se Cipriani Usa lamenta danni economici rilevanti, a seguito della asserita campagna diffamatoria, è facile immaginare la preoccupazione tra i vertici della Seif (Società editoriale il Fatto) e nella redazione del quotidiano diretto da Marco Travaglio. La causa di New York potrebbe fare giurisprudenza in merito alla considerazione del lavoro giornalistico, che in questo caso viene proiettato su scala globale e non relegato solo a questioni nostrane.

Seif è una società con azioni negoziate presso “Euronext Growth Milan”, sistema multilaterale organizzato e gestito da “Borsa Italiana Spa”, e presso “Euronext Growth Paris”. Nella relazione sulla gestione dell’esercizio 2025 presentata dalla presidente del Cda, Cinzia Monteverdi, e datata 31 marzo scorso – molto prima che la vicenda Cipriani-Minetti avesse un risalto internazionale –, si tende comunque a guardare al futuro con ottimismo: «Il risultato d’esercizio chiuso al 31.12.2025 – si legge nel documento societario – evidenzia una perdita di esercizio di K/Euro 2.821 al netto di un totale di imposte correnti e differite contabilizzate di K/Euro (68) e ammortamenti e svalutazioni di K/Euro 843. Nell’esercizio 2025 la società, pur registrando un calo del ricavo edicola e dunque una conseguente perdita sul publishing, ha ritenuto di dover proseguire nel percorso di investimenti, nella spinta agli abbonamenti digitali e nella tenuta stabile del personale dipendente, non compiendo un piano di ristrutturazione ma piuttosto di sviluppo finalizzato alla crescita per il prossimo triennio». Secondo la presidente di Seif, resta fondamentale, nella strategia di crescita, l’impegno della società a «proseguire nel programma degli investimenti» su più fronti: innovazione tecnologica, utilizzo dell’IA per le attività editoriali, ulteriore sviluppo dell’infrastruttura tecnologica a supporto dei vari canali media digitali.

L’azione dello studio “Reinhardt Savic Foley Llp” costringerà a rivedere questi piani? Nella relazione di Monteverdi, a pagina 32, nella parte intitolata «Altri fondi. Cause civili e spese legali», si evidenzia che «il fondo di K/Euro 413, relativo a potenziali passività derivanti prevalentemente dalle cause civili e penali in essere alla data del 31 dicembre 2025, è stimato tenendo conto della particolare natura dell’attività esercitata dalla Società, sulla base delle risultanze di serie storiche consuntivate e dell’esperienza per analoghi contenziosi, nonché delle valutazioni dei legali esterni incaricati dalla Società. Gli utilizzi del fondo per complessivi K/Euro 187 sono stati effettuati a fronte di risarcimenti erogati e spese legali».

Poche settimane fa, la Seif ha comunicato il rifiuto del finanziamento pubblico all’editoria per le copie cartacee vendute di quotidiani e periodici. Il Dpcm ha stanziato 65 milioni di euro come finanziamento per la stampa dei giornali; al Fatto sono stati assegnati 752mila euro. «Seif – si legge in una nota di via Sant’Erasmo –, come promesso, ha compiuto tutti gli sforzi necessari per non accedere al contributo assegnato». Chissà se i venti di tempesta dall’altra parte dell’oceano provocano qualche rimpianto per questa scelta.

 

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