Riconoscimento facciale, opportunità e rischi
Tecnologia sempre più diffusa tra sicurezza e servizi, ma resta aperto il nodo della tutela della privacy.
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Il riconoscimento facciale è una delle applicazioni dell’intelligenza artificiale che negli ultimi anni ha conosciuto la maggiore diffusione. Dai telefoni cellulari ai controlli aeroportuali, fino ai sistemi di videosorveglianza e agli accessi negli edifici pubblici e privati, questa tecnologia sta progressivamente entrando nella vita quotidiana di milioni di persone, promettendo maggiore sicurezza, rapidità nelle verifiche e nuove opportunità per imprese e pubbliche amministrazioni.
Il funzionamento è relativamente semplice. Attraverso algoritmi di intelligenza artificiale, il sistema individua un volto, ne analizza le caratteristiche biometriche – come la distanza tra gli occhi, la forma del naso, della bocca e della mandibola – e crea un modello matematico che viene confrontato con quelli archiviati in un database. Se la corrispondenza supera una determinata soglia di affidabilità, la persona viene identificata o autenticata.
Le applicazioni sono ormai numerose. Gli smartphone utilizzano il riconoscimento facciale per sbloccare il dispositivo senza ricorrere a password o impronte digitali. Negli aeroporti il volto può sostituire il documento d’identità nelle procedure di imbarco. Alcune banche lo impiegano per verificare l’identità dei clienti durante operazioni online, mentre numerose aziende lo adottano per controllare gli accessi ai locali riservati. Anche le forze di polizia possono farvi ricorso nell’ambito delle indagini, purché nel rispetto delle norme vigenti.
I vantaggi sono evidenti: velocità, comodità e una riduzione del rischio di frodi basate sul furto di credenziali. Tuttavia il riconoscimento facciale presenta anche criticità significative. Il volto rappresenta infatti un dato biometrico, cioè un’informazione personale particolarmente sensibile che, se raccolta o utilizzata impropriamente, può compromettere il diritto alla riservatezza. A ciò si aggiungono i possibili errori di identificazione, soprattutto in presenza di immagini di bassa qualità, condizioni di scarsa illuminazione o sistemi non adeguatamente addestrati.
Per questi motivi il dibattito internazionale si concentra sempre più sulla necessità di regolamentare l’impiego della tecnologia. L’obiettivo è trovare un equilibrio tra innovazione e tutela dei diritti fondamentali, evitando forme di sorveglianza indiscriminata e garantendo trasparenza nell’utilizzo dei dati biometrici.
Il riconoscimento facciale rappresenta dunque uno degli strumenti più avanzati dell’intelligenza artificiale, destinato a trasformare profondamente numerosi servizi. Il suo sviluppo, però, dovrà procedere di pari passo con regole chiare, controlli efficaci e garanzie adeguate per assicurare che l’innovazione tecnologica rimanga al servizio dei cittadini e non diventi uno strumento di controllo invasivo.
A Londra il riconoscimento facciale è realtà: 2mila pregiudicati riconosciuti, 173 arresti
I numeri in soli sei mesi di test. Entro il prossimo Natale verranno messe telecamere fisse nel cuore della metropoli
Oltre 2.000 pregiudicati riconosciuti dal sistema; 173 arresti effettuati, compresa una donna ricercata da oltre venti anni per vari illeciti ma sfuggita sempre alla polizia; un calo dei reati del 10,5% nell’area interessata; un unico errore di identificazione su 470.000 volti scansionati. Sono questi i numeri con cui la Metropolitan Police di Londra traccia il bilancio del riconoscimento facciale in tempo reale basato su algoritmi di intelligenza artificiale, portato avanti nel corso di sei mesi di test nella zona di Croydon, a sud della capitale inglese, preparandosi anche a una svolta imminente.
La polizia londinese ha, infatti, annunciato un’ampia espansione della tecnologia: entro il prossimo Natale verranno installate telecamere fisse nel cuore della metropoli, partendo da zone nevralgiche come il West End e Soho, per poi estendersi ad altre sei aree della città nel corso del 2027.
“L’implementazione di questa tecnologia è ormai un obbligo, dato che non possiamo sottrarci al progresso con il rischio di farci superare dai criminali. E poi riflette una semplice verità: funziona”, spiega all’Adnkronos Mark Rowley, commissario della Met Police.
Per i vertici di Scotland Yard, l’Lfr, acronimo di Live Facial Recognition, rappresenta ormai una risorsa indispensabile per velocizzare le indagini e ottimizzare budget operativi sempre più ridotti. “I risultati parlano da sé – prosegue Rowley -. La sperimentazione di sei mesi a Croydon ha portato a una riduzione della criminalità e a un calo significativo della violenza contro donne e ragazze. Il tutto a fronte di un solo falso allarme su centinaia di migliaia di persone scansionate. Inoltre, è fondamentale sottolineare che l’Lfr affianca gli agenti, non li sostituisce”.
Di avviso opposto sono le organizzazioni per i diritti civili. L’installazione di telecamere fisse in strade e quartieri molto frequentati implica che centinaia di migliaia di cittadini finiscano per essere monitorati senza alcuna motivazione giudiziaria. Attivisti come quelli di Big Brother Watch parlano apertamente di un confronto all’americana digitale a cui nessuno può sottrarsi. “Ci sono evidenti pericoli per la privacy, il rischio di errori di persona e le discriminazioni razziali legate all’algoritmo”, spiega all’Adnkronos il responsabile dell’associazione, Jack Coulson.
“L’espansione del riconoscimento facciale in tempo reale tramite telecamere fisse -sottolinea ancora Coulson – è un’escalation allarmante di una tecnologia intrusiva che ha già scansionato i volti di milioni di londinesi innocenti. Per tale motivo chiediamo alla Metropolitan Police di sospenderne l’utilizzo almeno fino a quando il Parlamento britannico non avrà approvato una legge regolatoria sull’IA, prevista per l’autunno”.
Il fenomeno, nel frattempo, non riguarda più soltanto le forze dell’ordine ma sta contagiando rapidamente anche il settore privato. È il caso della catena di supermercati Sainsbury’s che ha avviato progetti per integrare il riconoscimento facciale attraverso piattaforme private come Facewatch, con l’obiettivo dichiarato di contrastare la piaga dei furti nei negozi e proteggere i propri dipendenti da aggressioni. Ad oggi sono 40 i negozi della catena che l’hanno già adottata, ampliandola a 200 entro il prossimo Natale e incrementando ancora il numero dei punti vendita nel corso del 2027. Questa diffusione avviene tuttavia all’interno di una profonda zona grigia della normativa. Nel Regno Unito i privati non necessitano di licenze statali dedicate, ma si limitano ad applicare le deroghe generiche del Data Protection Act sulla prevenzione dei reati, l’equivalente britannico del codice italiano della privacy. In questo modo, i grandi marchi del dettaglio possono sorvegliare biometricamente chiunque entri nei punti vendita, alimentando un forte dibattito su dove finisca il legittimo diritto di tutela aziendale e dove inizi una sorveglianza invasiva dei consumatori.
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