Non è un paese per pensionate
500 euro in meno al mese alle donne rispetto ai pensionati uomini.
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Il rapporto sulle pensioni, pubblicato dall’Inps lo scorso 21 luglio, è stato chiaro: in Italia aumentano le donne pensionate, ma si assottigliano gli assegni e, anche in questo caso, cresce il gender gap. Non solo da lavoratrici, infatti: anche da pensionate le italiane sono penalizzate rispetto agli uomini.
La media mensile di una pensione, in Italia è, infatti, di circa 1200 euro, ma le donne hanno una pensione media di circa 1000 euro, contro i quasi 1500 degli uomini. Sono 500 euro in meno al mese alle donne rispetto ai pensionati uomini.
Anche questa volta, siamo il fanalino di coda, in Europa, perché negli altri paesi il divario, seppure esista, è in decrescita, mentre da noi è in totale stallo. A cosa lo dobbiamo? All’effetto della minore partecipazione delle donne al lavoro, delle loro carriere più discontinue e dei salari inferiori ai colleghi uomini, a parità di ruolo e mansioni.
Quando s’insiste sul rivendicare la parità salariale però – come se fosse il problema principale -, a me viene un po’ da ridere. Perché, sì, in molti casi, purtroppo, alle donne è ancora offerta una retribuzione più bassa, esistono i licenziamenti, o le mancate assunzioni, a causa delle gravidanze, ma, in realtà, in Italia, il salario di base tendenzialmente è lo stesso, perché già esiste una legge sulla parità salariale.
Il problema più grande, invece, a mio avviso – e anche secondo i dati dell’Istat -, è l’accumulo degli svantaggi delle donne, durante la loro vita lavorativa: si fermano quando fanno un bambino, poi magari chiedono il part-time o, anche se non lo chiedono, non fanno più gli straordinari come i loro colleghi uomini, né le trasferte.
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