Lavitola, la sua nuova verità in 60 pagine
Il faccendiere lavora con gli avvocati a un documento da presentare lunedì al Riesame per uscire dal carcere.
La memoria è in preparazione, una sessantina di pagine. Le carte vengono limate in vista di lunedì, quando davanti al Tribunale del Riesame tornerà Valter Lavitola. Ma l’attesa, più che per le mosse tecniche dei suoi avvocati, è per lui. Per il faccendiere — ristoratore che ha confessato di essere il mandante dell’attentato all’amico, il giornalista Sigfrido Ranucci. Per quello che deciderà di dire, o eventualmente depositare, dopo settimane trascorse a cambiare radicalmente posizione: prima l’estraneità, poi l’ammissione. Ma, sostiene, solo a fin di bene. Una bomba, insomma, per proteggere l’ormai ex conduttore di Report.
Lavitola resta a Rebibbia, nell’ala dove sono detenuti mafiosi e persone accusate di esserlo. Come lui, del resto: il pm gli contesta il metodo mafioso. Al gip ha raccontato di aver chiesto ai bombaroli reclutati dall’amico Tavares di sparare contro un muro della villetta, non di piazzare un ordigno. Un gesto dimostrativo che avrebbe dovuto spingere lo Stato ad aumentare la protezione di Ranucci. Un attentato organizzato, ha spiegato, per salvaguardarlo. La singolare premura non ha convinto il gip, che ha definito le sue dichiarazioni «fumose». E lo ha lasciato in carcere. Per i pm, invece, dietro l’attentato ci sarebbe stato un progetto politico. Lavitola si sarebbe immaginato nelle vesti di una sorta di Rasputin, consigliere nell’ombra di un Ranucci — almeno nei progetti del faccendiere — proiettato alla guida della sinistra. Una ricostruzione che lui respinge e che lunedì la difesa proverà a smontare. Obiettivo finale: la scarcerazione. Un traguardo che, viste le carte accumulate fin qui, appare decisamente in salita.
Sul tavolo ci saranno inevitabilmente anche le dichiarazioni degli uomini accusati di avere materialmente eseguito l’attentato. Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello hanno raccontato di non conoscere Lavitola e di avere avuto rapporti soltanto con Tavares: l’intermediario, amico del faccendiere e, secondo l’accusa, reclutatore della scalcinata squadra che avrebbe poi piazzato l’ordigno.
Ma c’è un punto sul quale il Riesame si è già pronunciato. E con parole difficili da aggirare. Confermando il carcere e la contestazione del metodo mafioso agli esecutori.
Ed è per questo che per Lavitola la strada si fa stretta. Lunedì dovrà sostenere che dietro quella bomba c’era una storia diversa: un attentato sì, ma per proteggere l’amico. E dovrà farlo davanti ad un Riesame che, giudicando la manovalanza, ha già riconosciuto la «forza intimidatrice tipica dell’agire mafioso». Negarla adesso al mandante dopo averla riconosciuta ai bombaroli sarebbe un passaggio tutt’altro che scontato. Anche per un aspirante Rasputin.
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