Faccio più paura a Report
Il giornalista non molla: ricorso per tornare alla guida di Report. E avverte: «Mi batterò fino all’ultimo».
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Sigfrido Ranucci non arretra di un centimetro. E soprattutto non cerca una poltrona politica per continuare la sua battaglia. La sua trincea, dice, resta quella del giornalismo d’inchiesta. «In politica non mi candido perché do più fastidio come conduttore di Report». Una frase destinata a riaccendere lo scontro intorno alla trasmissione Rai e al ruolo che il giornalista ha costruito negli anni.
Alla festa di Alleanza Verdi e Sinistra, dove presenta Il ritorno della casta, Ranucci mette le carte sul tavolo. Non considera chiusa la partita sul suo futuro televisivo. «Ci sono possibilità di reintegro, mi batterò fino all’ultimo», afferma, annunciando il ricorso che il suo legale starebbe preparando.
Il punto, però, non è soltanto il destino professionale di Ranucci. È ciò che Report rappresenta nel servizio pubblico: un programma che ha fatto dell’inchiesta sul potere la propria ragione d’essere. Ed è proprio questo a rendere la vicenda politicamente sensibile, anche se il protagonista rifiuta esplicitamente di trasformarsi in un politico.
Ranucci, in sostanza, rivendica un principio semplice e scomodo: un giornalista può incidere sul potere molto più stando fuori dal potere che entrando in Parlamento. Da qui la scelta di non candidarsi. La televisione, per lui, resta il luogo della denuncia, delle domande, dei documenti, delle inchieste. Non quello dei voti e delle alleanze.
Ma quella frase — «do più fastidio come conduttore di Report» — è anche una provocazione. Perché porta inevitabilmente a chiedersi quanto spazio abbia ancora, nella Rai del servizio pubblico, un giornalismo disposto a mettere sotto esame tutti i poteri, compreso quello politico.
È il cuore della questione. Non stabilire oggi chi abbia ragione nella controversia che ha investito Ranucci, ma capire se una trasmissione d’inchiesta possa conservare la propria autonomia quando entra continuamente in collisione con interessi, partiti e istituzioni.
Ranucci ha scelto di combattere. E non nasconde neppure l’eventualità di perdere. «Se non riesco a far questo, farò un’altra cosa da un’altra parte», dice. Non è una resa: è un avvertimento.
Perché il problema, nelle sue parole, non sarebbe semplicemente trovare un’altra collocazione televisiva. Il problema è non smettere di fare giornalismo d’inchiesta.
La partita, dunque, è tutt’altro che conclusa. Da una parte c’è il percorso giudiziario annunciato dal giornalista, dall’altra il futuro di Report e della sua conduzione. Nel mezzo c’è una domanda molto più grande: quanto può essere scomodo il giornalismo nella televisione pubblica prima che diventi, esso stesso, un problema?
Ranucci ha già dato la sua risposta. Non vuole il Parlamento. Vuole il microfono.
E, soprattutto, vuole continuare a fare domande.
Perché, a suo giudizio, è proprio davanti a una telecamera che può dare più fastidio.
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