Meloni, il Cavaliere ritorna
Prima lo sfidava, oggi ne rispolvera lo slogan: Berlusconi torna utile.
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Alla fine il Cavaliere è tornato. Non in carne e ossa, naturalmente: direttamente dal cassetto degli slogan. E a riesumarlo è proprio Giorgia Meloni, quella che per anni ha costruito la propria identità politica anche sulla distanza da Silvio Berlusconi.
Basta parlare di tasse e il passato ritorna.
«Meno tasse per tutti». Quattro parole, un marchio, un’intera stagione politica. Una formula che Berlusconi aveva trasformato in una delle armi comunicative più riconoscibili della sua discesa in campo. E che oggi, con la cancellazione del bollo, torna sorprendentemente buona anche per la premier.
Il Cavaliere, insomma, non governava più. Ma evidentemente qualche slogan era ancora lì, ben conservato.
Il cortocircuito è irresistibile.
Perché bisogna tornare al 13 ottobre 2022 per ricordare quanto fosse tutt’altro che idilliaco il rapporto tra i due. Berlusconi, contrariato per l’elezione di Ignazio La Russa alla presidenza del Senato, aveva messo nero su bianco davanti alle telecamere una serie di giudizi pesantissimi sulla neo-premier: «supponente», «prepotente», «arrogante», «offensiva», una persona «con cui non si può andare d’accordo».
Meloni gli aveva risposto con una frase diventata simbolica: «Ha dimenticato che non sono ricattabile».
Allora il messaggio era chiarissimo: io non sono lui.
L’underdog contro il miliardario. La donna della periferia contro il padrone dei palazzi. La leader che si era fatta da sola contro il vecchio dominus del centrodestra. Meloni aveva bisogno di marcare la differenza, anche fisicamente e simbolicamente.
Berlusconi era il passato.
O almeno così sembrava.
Perché il tempo è galantuomo, ma la politica è ancora più furba. E quando si arriva al terreno delle tasse, il passato improvvisamente diventa una fonte d’ispirazione.
È qui che l’osservazione di Mario Sorgi diventa particolarmente gustosa: Meloni si è riferita proprio a Berlusconi come esempio. Sorprendente? «Un po’ sì».
Un po’ soltanto.
Perché Berlusconi aveva capito una cosa che in politica vale oro: la promessa fiscale è una lingua universale. Non servono formule complicate. Non occorre spiegare per mezz’ora un provvedimento. Basta dire al cittadino che pagherà meno.
Il conto, eventualmente, viene dopo.
Il Cavaliere aveva fatto scuola proprio su questo. Sapeva prendere un desiderio diffuso, impacchettarlo in quattro parole e trasformarlo in un messaggio politico. Non sempre la promessa diventava realtà nella misura annunciata, ma lo slogan entrava nella testa degli italiani.
Era la sua specialità: vendere il futuro prima ancora di averlo costruito.
E oggi Meloni sembra riconoscere apertamente quella lezione.
Il punto non è che la premier sia diventata berlusconiana. Sarebbe una caricatura. Il punto è molto più interessante: anche chi ha costruito la propria diversità dal berlusconismo può finire per utilizzare alcune delle sue intuizioni più efficaci.
Ed è una bella nemesi politica.
Perché Berlusconi, quello del famoso foglietto, quello che non riusciva ad andare d’accordo con Meloni, quello che la accusava di arroganza, oggi torna indirettamente dentro il racconto politico della sua ex alleata.
Non attraverso una legge.
Non attraverso un governo.
Attraverso una frase.
E forse è proprio questa la rivincita più elegante del Cavaliere.
Il suo personaggio può essere tramontato, il suo impero politico può essersi ridimensionato, la sua stagione può essere finita. Ma alcune delle sue intuizioni comunicative continuano a circolare.
Meloni lo aveva chiamato “underdog”.
Berlusconi era stato il miliardario che pretendeva ancora di comandare.
Lei aveva rivendicato autonomia, indipendenza, distanza.
Poi, improvvisamente, quando arriva il momento di raccontare agli italiani una riduzione delle tasse, la vecchia cassetta degli attrezzi del Cavaliere torna utile.
E c’è qualcosa di quasi beffardo in tutto questo.
Perché il berlusconismo non è soltanto Berlusconi. È anche un metodo: trovare una frase semplice, intercettare un desiderio collettivo e trasformarlo in una promessa politica.
Meloni quel metodo lo conosce bene.
E oggi lo sta usando.
Il Cavaliere, dunque, è morto politicamente. Ma i suoi slogan hanno evidentemente diritto a una seconda vita.
Altro che cancellazione del bollo.
Qui si sta cancellando anche qualche vecchia frontiera.
Quella tra il berlusconismo e il post-berlusconismo, per esempio.
E mentre qualcuno potrebbe sorridere per il paradosso, c’è una lezione politica molto concreta: alla fine, quando serve parlare agli italiani, le differenze ideologiche possono diventare improvvisamente elastiche.
Prima Meloni diceva: non sono Berlusconi.
Oggi non dice di esserlo.
Ma quando arriva il momento di promettere meno tasse, il Cavaliere torna a sedersi al tavolo.
E questa volta nessuno gli chiede di uscire.
Anzi: gli hanno rimesso il microfono davanti.
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