Iran sull’orlo del baratro?
Rivolta e crepe al regime.
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È tempo di una nuova rivoluzione in Iran? Gli ottimisti lo sperano, gli alleati del regime di Ali Khamenei lo temono apertamente. Di certo, la tensione che attraversa le strade della fu Persia ha raggiunto un livello difficilmente sostenibile anche per una Repubblica islamica abituata da decenni a governare attraverso la repressione. Le manifestazioni non sono più circoscritte alle grandi metropoli come Teheran, Isfahan o Mashhad, ma si estendono ai centri minori, alle periferie, alle province considerate fino a ieri marginali. E soprattutto diventano sempre più violente, disperate, radicali.
L’accoltellamento di un agente di polizia nei pressi di Teheran, avvenuto al dodicesimo giorno consecutivo di proteste, segna simbolicamente l’ingresso del Paese in una fase nuova e caotica. Non si tratta più soltanto di slogan contro il caro vita o di rivendicazioni sociali, ma di un conflitto aperto tra una popolazione allo stremo e uno Stato che appare paralizzato, incapace di leggere la profondità della crisi. La Repubblica islamica sembra così vivere uno dei momenti più critici della sua storia recente, forse il più pericoloso dal 1979.
Il regime degli ayatollah tenta di evitare il collasso mobilitando tutte le leve del potere: governo, apparato giudiziario, Parlamento. Ma l’impressione diffusa, anche tra osservatori tradizionalmente prudenti, è che ai vertici dello Stato nessuno sappia davvero quale direzione prendere. Ancora più inquietante, sembra mancare la convinzione stessa di poter sopravvivere alla rabbia accumulata in 46 anni di dittatura repressiva, isolamento internazionale e promesse tradite.
Negli ultimi decenni, la risposta sistematica del potere è stata una svolta sempre più marcata verso una destra economica autoritaria, accompagnata dall’emarginazione e dalla persecuzione di attivisti politici, intellettuali e giornalisti accusati di essere filo-occidentali. Una strategia che non ha prodotto stabilità, ma ha approfondito la frattura tra élite religiosa e militare da un lato e società civile dall’altro, senza mai offrire una visione coerente di sviluppo.
Oggi, per la prima volta, il malcontento sembra risalire anche all’interno del sistema. Analisti e fonti vicine all’establishment riferiscono di un crescente puntare il dito contro la leadership della Guida Suprema, accusata di aver sprecato una lunga serie di occasioni storiche. A Khamenei viene imputata soprattutto l’incapacità di avviare una trasformazione strutturale dall’interno del potere iraniano, preferendo il congelamento dello status quo.
Il blocco delle riforme economiche, sociali e culturali, unito a una politica estera sempre più ideologica e fallimentare, ha eroso progressivamente le basi del regime. La scelta di puntare sul sostegno a gruppi come Hamas, Houthi ed Hezbollah si è rivelata un boomerang: questi attori, a lungo presentati come strumenti di deterrenza, sono stati annichiliti con relativa facilità da Israele, esponendo l’Iran a una perdita di prestigio regionale. Anche il tentativo di rafforzare l’asse orientale con Russia e Cina ha prodotto risultati limitati: qualche commessa petrolifera da Pechino, la fornitura di droni a Mosca, ma nessun vero salto infrastrutturale o economico.
La gravità della crisi è emersa in modo plastico durante la recente riunione straordinaria del Consiglio Supremo dell’Economia. Convocato formalmente per affrontare il collasso finanziario, il vertice si è rapidamente trasformato in un confronto sulla crisi complessiva del sistema. I volti tesi, le dichiarazioni evasive, il linguaggio del corpo dei partecipanti hanno restituito l’immagine di una classe dirigente desolata e, agli occhi di molti iraniani, ormai priva di legittimità.
Nel frattempo, si moltiplicano le voci su contatti riservati con Washington, condotti al di fuori dei canali ufficiali, nel tentativo di negoziare una transizione non conflittuale. Alcune indiscrezioni parlano persino di possibili garanzie sul futuro personale della leadership, ma al momento mancano conferme attendibili. Parallelamente, figure religiose di alto profilo cercano di riposizionarsi, rompendo apertamente con l’eredità della Rivoluzione del 1979 e attribuendo il declino del Paese a decenni di statalismo e oligarchia.
In questo quadro si fa strada il nome dell’ayatollah Mostafa Mohaghegh Damad, che in un recente discorso ha preso le distanze non solo dalla Rivoluzione, ma persino dalla figura di Khomeini, sostenendo che “quarantacinque anni di pensiero di sinistra hanno distrutto il Paese”. Per alcuni analisti potrebbe incarnare una sorta di “Bonaparte” iraniano: una figura autoritaria, ma capace di riorientare il sistema verso un nuovo modello.
Un’altra ipotesi è quella di un Consiglio provvisorio incaricato di gestire la transizione. Le opzioni restano due: un assetto pragmatico, di destra, orientato a un riavvicinamento all’Occidente, oppure una soluzione radicale, ancorata al rafforzamento del fronte orientale. Entrambe comportano rischi elevatissimi e incontrerebbero resistenze, anche armate.
A rendere il quadro ancora più inquietante è l’assenza dei vertici militari dall’ultimo summit economico-politico. Un’assenza che non è passata inosservata: qualunque sia lo scenario futuro, le forze armate saranno decisive nella ridefinizione del potere. Sempre che, come molti temono a Teheran, non intervenga una “manina esterna” – dagli Stati Uniti, da Israele, o da entrambi – a chiudere la partita una volta per tutte.
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