Cronaca del nulla.
Due ore ad aspettare chi (non) accorre a commemorare Khamenei.
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All’ambasciata iraniana a Roma da ieri mattina èra possibile firmare un libro di condoglianze per la Guida Suprema. Siamo andati a parlare con chi ha deciso di dedicargli un ricordo, non abbiamo trovato nessuno. Letteralmente
Sfrecciano le vetture su via Nomentana. Il clacson, lo smog e il trantran quotidiano non si curano di chi è in lutto per un dittatore. Sono in pochi, almeno in pubblico, almeno qui davanti all’ambasciata della Repubblica islamica dell’Iran. Chi si ferma a parlare ci spiazza: “Passo solo per i documenti”. Dentro la palazzina color crema, recintata e nascosta dai pini, spiccano una decina le firme sul librone di condoglianze per l’uccisione di Khamenei, aperto fino a venerdì prossimo. Cronaca del nulla o quasi.
Il cancello con i richiami dorati del regime si apre e richiude tre, quattro volte. Sul marciapiede i militari fanno segno di spostarsi. Entra qualche auto blu, targa rigorosamente diplomatica. “Che fate qui?”, chiede un militare. Sull’altro lato della vialone i poliziotti si danno il cambio. Serena spenta. La ressa che si preannunciava non c’è. Giornalista, dichiariamo tesserino alla mano “La situazione è delicata, passiamo all’identificazione”. Cortesie su suolo italiano. Dentro l’ambasciata è iniziato il cordoglio ufficiale.
Il comunicato è eloquente. “In occasione del martirio del valoroso combattente e alta autorità religiosa, Sua Eminenza l’Ayatollah al-‘Uzma Sayyed Ali Khamenei, Guida della Repubblica Islamica dell’Iran, deceduto a seguito degli attacchi militari illegali e aggressivi condotti dagli Stati Uniti d’America e dal regime sionista, sarà aperto un libro di condoglianze”. Gli italiani lo leggono con qualche stupore in agenzia, agli iraniani d’Italia arriva nella casella di posta. “Sarà possibile rendere omaggio sia recandosi personalmente presso la sede diplomatica (dalle ore 10 alle 12 e dalle 14 alle 16), sia a distanza, inviando un messaggio all’indirizzo email” dell’ambasciata.
Il clima è reso dalla bandiera del regime, a mezz’asta. Il via vai di forze dell’ordine prevede una mattinata calda. Ma i romani in macchina passano noncuranti. Poco si muove. I militari a protezione dell’ambasciata accendono il fungo nella tenda dell’Esercito. Il rischio di farsi inghiottire dal nulla cosmico è alto. Tempo di farsi ipnotizzare da un operaio che ridipinge in giallo il semaforo sulla Nomentana, che veniamo risvegliati dal rombo di uno scooter. Ecco una signora che citofona. Tira fuori il velo dalla borsa. Si ritrae, va verso il consolato. Parla poco italiano e poco inglese. “Sì, sono iraniana, ma non sono qui per firmare. Sapete chi è morto?” Sì, signora la notizia è arrivata anche noi. “Ecco, so che c’è un libro, provate a entrare. Sono gentili”.
Rimandiamo. I minuti passano inesorabili. Il benzinaio eroga diesel a oltre 1,80 al litro. Sono già gli effetti della guerra nel Golfo e quelli evidenti della stanchezza? A falcate, perdiamo tempo notando che a sinistra c’è un’altra ambasciata, quella della Libia. Auguri. A destra, invece, spicca l’istituto Marymount, scuola cattolica americana bilingue. Ragazzi in divisa, ambiente molto high school a un muro di distanza dall’oscurantismo islamico.
Considerazioni in libertà mentre cerchiamo testimoni, iraniani in lutto. Questa giovane donna lo è. “Sono arrivata da poco in Italia, do you speak english?”. Anche lei non ha firmato, doveva rifare il passaporto. “La situazione è complicata, io non ho esultato per la morte della Guida suprema. Ora ho fretta, però”.
Dopo più di un’ora iniziamo a dare nell’occhio. Le telecamere sono ovunque. Ce la caviamo con un sorriso imbarazzato agli agenti. Anziani col carrello ci scambiano per funzionari: “Scusi, di qui si può passare o avete chiuso?”. Un uomo, vestito di seta total blu, ci squadra ma non ci parla. Vediamo qualcuno avvicinarsi finalmente al portone dell’ambasciata. Ma è un falso allarme. Poi ecco una donna col cappello pompon bianco.
“Anche io sono passata solo dal consolato, dovevo ricevere un nuovo documento”. Prima che la disperazione ci pervada arriva qualche informazione dall’interno. Altri controlli documenti, altre chiamate in farsi. “Di quale testata?”. Non entriamo, perché “è un evento privato e ci si avvicina solo per firmare”. Così hanno fatto alcuni diplomatici, passati dal cancello, irriconoscibili dietro i vetri fumè. Per accedere va spento il cellulare. “No video, no foto”. Superato un disimpegno, ecco il libro. Una penna, una decina di firme, due candele spente e accanto il ritratto di Khamenei. Fuori, la rumorosa routine romana inghiotte i pochi iraniani che piangono l’Ayatollah.
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