I conti non tornano
Ieri l’ISTAT ha diffuso la nota sull’economia italiana. Per la prossima bisognerà attendere il 22 settembre 2026.
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In volume il PIL è cresciuto dello 0,5% ma l’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche, misurato in rapporto al PIL, è stato pari a -3,1% a fronte del -3,4% nel 2024.
Il saldo primario (rappresenta il saldo del conto non finanziario delle Amministrazioni pubbliche, al netto degli interessi passivi) è migliorato, passando da +0,5% a +0,7%.
Però la pressione fiscale è aumentata di 0,7 punti percentuali mentre la spesa per interessi è cresciuta del 1,9%.
La conseguenza è che la pressione fiscale nel 2025 è risultata pari al 43,1%, in aumento, rispetto all’anno precedente, che era del 42,4%, per effetto di una crescita delle entrate fiscali e contributive (+4,2%) superiore a quella del PIL a prezzi correnti (+2,5%).
Questi dati, che meritano molta attenzione, si intrecciano evidentemente con gli scenari internazionali.
La discesa del deficit nel 2025 non è riuscita ad arrivare a quel 3% indicato ad ottobre nell’ultimo programma di finanza pubblica e soprattutto senza sfondare al ribasso la soglia di Maastricht come si attendevano sia il Governo sia la Commissione europea.
L’aumento dei prodotti petroliferi, conseguenti alle operazioni militari di USA e Israele in Iran, incideranno in maniera significativa sui nostri conti pubblici.
L’Iran ha chiusolo Stretto di Hormuz, rotta strategica per il trasporto marittimo di petrolio, da sempre utilizzata dall’Iran come merce di scambio nello scacchiere geopolitico, oggetto di ripetute minacce nei momenti di crisi più grave. Lo stretto è un corridoio vitale che collega il Golfo con i mercati in Asia, Europa e Nord America, definito dall’Energy information administration statunitense (Eia), “uno dei più importanti colli di bottiglia petroliferi al mondo”.
Lo stretto di Hormuz si estende per 560 chilometri, arrivando a una larghezza massima di 320 chilometri. In pratica è un braccio di mare, un po’ più largo e un po’ meno lungo dell’Adriatico.
Attraverso lo stresso passa circa un quinto del petrolio consumato a livello globale, con una media di 20 milioni di barili al giorno. Stesso dicasi per il gas: circa un quinto del commercio mondiale di gas ha transitato attraverso Hormuz nel 2024, principalmente dal Qatar.
Quel 3,1% di indebitamento netto significa, almeno per ora, niente uscita dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo. E significa anche stop all’accesso al prestito Safe collegato al piano ReArm Europe, che il governo aveva subordinato al rientro sotto la soglia del 3%. A quel finanziamento era legata la possibilità di aumentare progressivamente la spesa militare fino allo 0,2% del Pil nel 2028.
Che farà ora il Governo che si è impegnato ad aumentare la spesa militare?
Tuttavia, specifica l’Istat, il dato non è definitivo: il “numerino” che sarà comunicato ufficialmente a Bruxelles sarà disponibile in primavera (21 aprile 2026), dopo il conto consolidato delle Amministrazioni pubbliche.
Infatti le stime ISTAT di cui al comunicato si basano sulle informazioni disponibili al 27 febbraio 2026.
Scrive nella noticina di pag. 6 l’Istat che il conto consolidato delle AP sarà trasmesso all’autorità statistica europea entro il 31 marzo. Il conto è suscettibile di modifiche a conclusione del processo di notifica per deficit eccessivo, il 21 aprile 2026, se dovessero essere disponibili informazioni più aggiornate.
Non c’è che sperare nel superamento di quell’0,1%.
Ma ormai, venuto meno il diritto internazionale, chi ha le armi in mano … spara e non avvisa nemmeno gli alleati e questo è già un problema!
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