Ceuta divide l'Europa sulla politica dei migranti
Vertice straordinario Ue tra accuse incrociate, tensioni politiche e nuove richieste di rafforzare frontiere e rimpatri.
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La crisi migratoria di Ceuta si trasforma nel più duro banco di prova per la politica europea sull’immigrazione degli ultimi anni, mettendo in evidenza divisioni profonde tra gli Stati membri e aprendo un nuovo fronte di scontro politico tra Italia e Spagna. Il vertice straordinario dei ministri dell’Interno dell’Unione europea, convocato in videoconferenza dalla presidenza di turno irlandese su richiesta di Madrid, nasce con l’obiettivo di evitare che l’emergenza sfoci in una crisi istituzionale all’interno dell’Unione, ma arriva in un clima già fortemente compromesso dalle polemiche suscitate dall’ondata di circa 60 mila migranti che, in pochi giorni, hanno raggiunto l’enclave spagnola in Nord Africa.
Sul tavolo del Consiglio pesano tre documenti che fotografano altrettante visioni della gestione migratoria europea. Ventidue Paesi membri hanno sottoscritto una lettera, promossa tra gli altri dalla premier danese Mette Frederiksen, nella quale si sostiene che l’immigrazione incontrollata rappresenti una minaccia per la sicurezza dell’Europa e si invita l’Unione a valutare ogni opzione disponibile, compresa la sospensione degli accordi di Schengen nei confronti della Spagna. Madrid replica con una lettera del premier Pedro Sánchez che accusa alcuni partner europei di aver trasformato una crisi comune in un attacco politico contro il governo spagnolo, denunciando reazioni “asimmetriche” e condizionate da interessi nazionali piuttosto che dallo spirito di solidarietà europea. A fare da elemento di mediazione interviene infine la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che riconosce la rapidità con cui la Spagna ha gestito i rimpatri e conferma il sostegno operativo dell’Unione, ma sottolinea allo stesso tempo che la vicenda dimostra la necessità di rafforzare ulteriormente le frontiere esterne dell’Europa e gli strumenti di rimpatrio.
Nel suo intervento, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha espresso la solidarietà dell’Italia al governo spagnolo, ma ha anche difeso con decisione la scelta del governo Meloni di ripristinare temporaneamente i controlli alle frontiere aeree e marittime. Una misura che, ha precisato, non rappresenta un atto ostile verso Madrid, bensì una decisione “cautelare e organizzativa” già adottata in passato da altri Stati membri. Piantedosi ha ricordato come l’Italia conosca bene la pressione esercitata dai flussi migratori irregolari e ha colto l’occasione per rinnovare una critica mai sopita all’Unione europea: durante le grandi emergenze affrontate dall’Italia negli anni scorsi, ha affermato, Roma non ricevette quella solidarietà che oggi viene richiesta dalla Spagna.
Da qui la proposta italiana di cambiare radicalmente approccio. Secondo Piantedosi, l’Europa deve smettere di rincorrere le emergenze all’interno dei propri confini e agire come un blocco compatto per fermare le partenze nei Paesi d’origine, rafforzare gli accordi di riammissione e utilizzare strumenti di pressione nei confronti degli Stati che rifiutano di collaborare sui rimpatri. Il ministro ha inoltre rilanciato il modello degli hub esterni per la gestione delle domande di asilo e delle procedure di rimpatrio, indicando come esempio l’esperienza italiana del Protocollo Albania, considerata un efficace deterrente contro l’immigrazione irregolare e il traffico di esseri umani.
Se Piantedosi ha cercato di mantenere un tono istituzionale, il confronto politico tra Roma e Madrid resta acceso. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ribadito che la Spagna ha sottovalutato la crisi di Ceuta e che la decisione italiana di intervenire era inevitabile, sostenendo che “Ceuta non è un episodio marginale”. Dall’altra parte, il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares ha accusato il governo italiano di non essere stato all’altezza della situazione, ricordando come proprio l’Italia abbia conosciuto in passato crisi migratorie di analoga gravità, da Lampedusa in poi.
Madrid continua intanto a difendere la propria strategia. Il ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska presenterà ai partner europei dati che indicano una riduzione di oltre il 42% degli ingressi irregolari nel corso del 2025 e un ulteriore calo di circa il 25% nei primi mesi del 2026. Particolarmente significativo il miglioramento registrato nelle Isole Canarie, dove gli arrivi si sono ridotti di oltre il 60% grazie alla cooperazione con Mauritania, Senegal, Gambia e Marocco. Proprio Rabat viene indicato dal governo spagnolo come partner strategico nella gestione delle frontiere e nella cooperazione di polizia.
Il Marocco, tuttavia, respinge ogni accusa di negligenza. Fonti governative marocchine sostengono di aver avvertito Madrid, già nei giorni precedenti alla crisi, delle possibili conseguenze di una recente sentenza della Corte Suprema spagnola sulle procedure di espulsione dei migranti. Secondo Rabat, l’improvvisa diffusione della notizia attraverso i social network avrebbe favorito la mobilitazione di migliaia di persone, rendendo impossibile contenere il fenomeno esclusivamente con l’impiego delle forze di sicurezza. Il governo marocchino ricorda inoltre di sostenere ogni anno costi stimati in circa 500 milioni di euro per il controllo dei flussi migratori e ribadisce che la gestione dell’immigrazione non può essere scaricata esclusivamente sui Paesi di transito.
A cercare di abbassare la tensione è intervenuta ancora Ursula von der Leyen, che nella risposta inviata a Pedro Sánchez ha ribadito come la migrazione richieda una risposta autenticamente europea. Pur elogiando il lavoro svolto da Madrid e Rabat nella gestione dell’emergenza, la presidente della Commissione ha riconosciuto che la crisi di Ceuta conferma la necessità di rafforzare il controllo delle frontiere esterne, accelerare i rimpatri e consolidare gli strumenti comuni previsti dal nuovo Patto europeo sulla migrazione.
Il dibattito, però, va ben oltre la gestione dell’emergenza. L’ex Alto rappresentante dell’Unione per la politica estera Josep Borrell ha denunciato il rischio che l’Europa stia smarrendo il principio stesso della solidarietà, accusando alcuni governi di aver trasformato Ceuta in un terreno di scontro politico. Secondo Borrell, la crisi rappresenta un vero e proprio “attacco ibrido” che avrebbe richiesto una risposta unitaria, mentre le divisioni tra gli Stati membri rischiano di indebolire la credibilità dell’intera Unione.
Il vertice straordinario, dunque, non dovrà soltanto affrontare l’emergenza di Ceuta. Sullo sfondo emerge una questione molto più ampia: decidere se la politica migratoria europea continuerà a oscillare tra interventi emergenziali e polemiche nazionali oppure saprà finalmente dotarsi di una strategia comune capace di coniugare sicurezza, controllo delle frontiere, rispetto del diritto d’asilo e reale solidarietà tra gli Stati membri. È questa la sfida che oggi divide l’Europa ben più della stessa crisi di Ceuta.
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