Duello tra toghe ad Asti sulla riforma giudiziaria
Il dibattito sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.
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La riforma della giustizia potrebbe non restare solo un dibattito tra addetti ai lavori. Se la maggioranza non otterrà i due terzi dei voti in Parlamento, la revisione costituzionale finirà inevitabilmente davanti agli elettori, con un referendum popolare atteso nel 2026.
Il convegno di Asti, organizzato dalla Camera Penale, ha messo in luce proprio questo scenario. Da una parte i penalisti, con il presidente nazionale Francesco Petrelli, che considerano il referendum «un passaggio democratico necessario se la politica non avrà il coraggio di completare la riforma». Per loro la separazione delle carriere è «una garanzia per i cittadini», capace di rafforzare l’imparzialità del giudice.
Sul fronte opposto, i magistrati dell’Anm, rappresentati da Monica Mastrandrea, mettono in guardia: «Portare la magistratura al voto popolare rischia di trasformare un tema di equilibrio costituzionale in uno scontro politico, con conseguenze imprevedibili per l’indipendenza delle toghe».
In mezzo restano le incognite parlamentari. La maggioranza spinge per l’approvazione, ma senza il consenso dell’opposizione i numeri non bastano a blindare la riforma. Da qui l’ipotesi sempre più concreta del referendum, che trasformerebbe il futuro della magistratura in una campagna elettorale.
Un voto che, nelle intenzioni dei penalisti, sancirebbe una nuova stagione di garanzie. Ma che per i magistrati rischierebbe di mettere la giustizia al centro di una contesa politica, sottraendola a quel ruolo di autonomia che la Costituzione le assegna. In ogni caso, ad Asti si è avuta la conferma: la partita non si giocherà solo nelle aule di tribunale, ma soprattutto nelle urne.
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